Minacce ai legali di Russo, la procura apre l’inchiesta
Verranno identificati dalla polizia giudiziaria gli autori delle intimidazioni in rete Un cartello vicino alla casa di uno dei penalisti: «Spero sia il tuo ultimo processo»
LUCCA. La procura della Repubblica sta valutando l’ipotesi di aprire un fascicolo, al momento nei confronti di persone da identificare, con l’accusa di minacce e ingiurie nei confronti dei due avvocati che difendono Pasquale Russo, il carnefice di Vania Vannucchi barbaramente uccisa con incredibile ferocia dall’ormai ex dipendente di una cooperativa che lavora per conto dell’Asl. Sul social - Facebook e siti legati ad emittenti televisive e quotidiani - sono apparse frasi e invettive lesive dell’onore e del decoro dei due professionisti che stanno svolgendo il loro lavoro nel pieno rispetto dell’articolo 24 della Costituzione. Tra l’altro, nelle vicinanze dell’abitazione di uno due legali, è stato rinvenuto un cartello affisso nottetempo a un cancello con l’eloquente scritta di natura intimidatoria «Spero che sia il tuo ultimo processo». Un pericoloso avvertimento che va nella direzione opposta a quella di uno «Stato di diritto». Dalla procura fanno sapere che su fatti di violenza non si risponde con la violenza, ma mantenendo un comportamento di rispetto verso i valori democratici.
Grande amarezza. Gianfelice Cesaretti e Paolo Mei, penalisti conosciuti e apprezzati sia all’interno del foro che sul piano umano e che si sono rapportati con l’ufficio requirente in modo sempre corretto e ineccepibile, pur nella comprensibile amarezza del momento vanno avanti nella loro attività difensiva. Forse, in cuor loro, si attendevano un briciolo di solidarietà da parte delle forze politiche scese in campo, giustamente, a difesa dei diritti delle donne e contro il femminicidio. Ma che dovrebbero pure ribadire che senza avvocati i processi non si possono celebrare e che il diritto alla difesa è un caposaldo istituzionale e democratico. È nel processo che si forma la prova ed è il giudice ad emettere la sentenza. L’indagine che la procura si accinge ad aprire vuole porre un freno ad una situazione che rischia di creare un precedente mai verificatosi in una città civilissima e patria del diritto che ha dato i natali ad insigni giuristi come Francesco Carrara.
Legittima suspicione. Quando a Lucca gruppi di persone - poche o tante che siano - si ritrovano sotto al carcere di San Giorgio ad intonare slogan da stadio sulla falsariga del «devi morire» c’è qualcosa che non quadra. Se questo uso-abuso indiscriminato della rete proseguirà e con esso le minacce a chi, in una logica processuale, svolge un ruolo costituzionalmente garantito, il rischio reale è che prevalga il «legittimo sospetto». La norma che permette agli imputati la ricusazione dei giudici chiedendo il cambiamento della sede processuale per un clima venutosi a creare nell’opinione pubblica che può in qualche modo inficiare l’imparzialità di giudizio. Non ha senso prendersela poi con la moglie e con i parenti dell’assassino: le colpe dei padri non possono ricadere sui figli. A scuola un tempo s’insegnava l’educazione civica. Oggi è necessaria una legge del Parlamento per regimentare l’uso indiscriminato di insulti, ingiurie, invettive in rete con gli autori che pensano di farla franca nascondendosi dietro a un computer.
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