Il Tirreno

Lucca

L’affare cinese va male, la Cassa condannata a pagare

di Vincenzo Brunelli

La sentenza della Cassazione su una vicenda iniziata nel 1994 Al centro un giro di garanzie su un impianto industriale

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LUCCA. La Cassa di risparmio di Lucca, Pisa e Livorno (ora inglobata all’interno del Banco Popolare) dovrà pagare circa un milione e mezzo di euro per un “affare cinese” andato male. Così ha stabilito la suprema corte di Cassazione che ha rigettato il ricorso dell’istituto di credito lucchese. La vicenda risale al lontano 1994 quando l'allora Credito Italiano, attuale Unicredit, decise di effettuare un'operazione con un committente cinese. L'affare andò male e ora tocca pagare i danni.

Fra le società milanese “Siry Chamon Impianti” e la “Chian Technical Import Export Corporation” di Pechino era stato infatti stipulato un contratto, per la costruzione in Cina di un impianto industriale destinato alla produzione di anidride solforosa. Per garantire la regolare esecuzione del contratto il Credito Italiano rilasciò alla Chian un “performance bond”, cioè un’obbligazione che doveva garantire l’azienda cinese sul buon esito dell’accordo. Il bond venne fatto con l’intermediazione della Bank of China per il valore di 480.000.000 di yen giapponesi. Soldi che il Credito “garantiva” a Bank of China e che erano a loro volta controgarantiti, pe ril 50% della Zurigo Assicurazioni con una polizza di fidejussione stipulata con la banca italiana.

Contemporaneamente, in data 11 aprile 1994, il Credito Italiano stipulò anche una convenzione interbancaria con la Cassa di Risparmio di Lucca Pisa e Livorno, la Cassa di Risparmio di San Miniato, il Monte dei Paschi di Siena e la Banca di Roma. La convenzione aveva ad oggetto la ripartizione dei rischi derivanti dalla garanzia a prima richiesta prestata dal Credito Italiano a favore della "Chian Technical Import Export Corporation". La convenzione ripartire secondo le rispettive quote (le due Casse di Risparmio avevano assunto ciascuna una quota pari al 33%) i rischi e i benefici derivanti dalle garanzie.

Sulla base di questa convenzione il Credito Italiano, che aveva assunto nella convenzione il ruolo di capofila, aveva informato, il 29 settembre 1999, le altre banche dell'avvenuta escussione della garanzia da parte della Bank of China e delle iniziative giudiziarie di Siry Chamon Impianti S.p.a. intese a paralizzare l'escussione: l’affare anidride solforsa, dunque, non era andato in porto.

Successivamente, il 5 ottobre 1999, lo stesso Credito aveva comunicato di aver provveduto, in seguito al rigetto del ricorso d’urgenza proposto dalla Siry al pagamento della somma richiesta dalla Bank of China e aveva richiesto quindi alle società partecipanti alla convenzione la ripetizione di quanto versato.

Per la Cassa di risparmio di Lucca sia il tribunale di Livorno dove si è svolto il processo che la corte d'Appello di Firenze hanno stabilito che la cifra da pagare è di circa 3 miliardi della vecchie lire, più o meno 1 milione e mezzo di euro attuali.

In altre parole a Lucca la banca “non poteva non sapere” i rischi che correva quando ha stipulato la convenzione. Tale condanna a pagare ora è diventata definitiva.

«Il motivo del ricorso è infondato», si legge infatti nella sentenza della Cassazione, che rigetta gli otto motivi presentati dall’istituto di credito.

«In particolare - scrivono nelle motivazioni i giudici . si deve ribadire come la Corte di appello abbia accertato l'adempimento degli obblighi informativi e di quelli derivanti dal suo ruolo di mandataria e capofila nella convenzione e abbia in tal senso valutato la cautela seguita da Unicredit nel procedere all'escussione della controgaranzia, ottenendo inoltre dalla Zurigo Assicurazionni l'intero importo del 50% del performance bond. I ricorsi vanno pertanto respinti con condanna, di ciascuna ricorrente, anche al pagamento delle spese del giudizio di Cassazione». Queste ultime sono state quantificate in 10.200 euro.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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