Il Tirreno

Lucca

In tanti al Real Collegio Il Desco chiude col botto

di Luigi Spinosi
In tanti al Real Collegio Il Desco chiude col botto

Molti visitatori all’ultima giornata della rassegna dedicata ai prodotti tipici E tra gli stand emerge nuova vitalità e un cambio generazionale in agricoltura

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LUCCA. I numeri ufficiali ancora non ci sono, ma se l’unico metro da usare è quello empirico della “sensazione” c’è da dire che del Desco edizione 2015 è stata una chiusura col botto. Tanta gente si è presentata tra gli stand allestiti al Real Collegio, come del resto era avvenuto per tutti i fine settimana su cui è stata distribuita la manifestazione. Un successo che, aggirandosi tra i colori, i profumi e i sapori di questa festa del cibo, e non solo, si spiega facilmente.

Una cinquantina di stand che recuperano il passato, recuperano il presente, e fanno ben sperare per il futuro di quel mondo contadino. Un mondo che - spesso dimenticato quando non vituperato negli anni passati – prima è sopravvissuto all’epoca dell’Italia industriale, e poi a quello del “terziario avanzato”. Decenni in cui la figura del contadino era ignorata, o peggio. L’impatto con i vari stili di vita che si sono succeduti nel corso degli anni è stato sì pesante, con campagne abbandonate e capacità dimenticate, ma, alla fine, il mondo dell’agricoltura sta ritagliandosi un bello spazio, anche nelle aspirazioni professionali dei più giovani.

Proprio questo è un aspetto che emerge passeggiando tra gli spazi allestiti al Real Collegio. Un faccia a faccia tra produttori e consumatori, dove i primi sono rappresentati solitamente da due tipi di figure. Famiglie che proseguono (giovani generazioni comprese) una tradizione che affonda le sue radici in un lontano passato, oppure, solo giovani. Ragazzi o poco più che hanno scelto la via dei campi per il loro futuro, e lo hanno fatto con cognizione di causa: accompagnando questa scelta con un livello di istruzione solitamente elevato e, spesso, anche con idee nuove e originali capaci di far sposare letteralmente tradizione e innovazione. Ed ecco che accanto ai banchi con i prodotti che più ti aspetteresti di trovare a una rassegna del genere (olio, vino, formaggi, salumi e così via) spuntano nuove lavorazioni e nuovi prodotti, come le birre artigianali che negli ultimi anni hanno conosciuto un boom, oppure i funghi da coltivare a casa, o, ancora, i prodotti per l’igiene del corpo ricavati sempre dai frutti dei campi.

Ma un altro elemento salta agli occhi del visitatore, ed è quello della varietà. La rassegna è essenzialmente dedicata ai prodotti della terra della nostra provincia. Un territorio limitato negli spazi che, lo stesso, riesce a portare sui banchi una enorme varietà di prodotti, di nicchia magari, ma tanti. Un perfetto esempio di quel concetto di biodiversità che merita di essere tutelato e sviluppato, e che rappresenta un tesoro potenziale (nemmeno piccolo), pure sotto il profilo economico. Per spiegare meglio il concetto basta un salto al banco dedicato al “più umile” (nell’immaginario collettivo) dei prodotti della terra, il fagiolo. Chi è abituato a prendere i legumi in scatola al massimo conosce tre o quattro tipi di fagioli, quando solo in lucchesia esistono decine di varietà tradizionali diverse, ognuna adatta a preparazioni diverse.

Non solo, ma anche la lavorazione dei prodotti costituisce un tesoro di conoscenze da difendere. I prodotti base che arrivano dalle nostre campagne sono sostanzialmente sempre gli stessi: legumi, frumento, cereali, castagne e altri prodotti del bosco, carni suine o bovine, latte, olio e vino. Eppure questi ingredienti base conoscono centinaia di tipi di lavorazioni, ma anche di combinazioni tra loro, per arrivare a ottenere tanti prodotti diversi. Le lavorazioni dei formaggi sono un esempio classico di come lo stesso elemento di base – il latte – possa portare a ottenere tanti prodotti finali diversi tra loro. Oppure la gran varietà di salumi che possono arrivare dallo stesso tipo di carne. E questo concetto vale per ogni singolo elemento che esce dai nostri campi o dai nostri boschi.

Un tesoro per troppo tempo dimenticato ma che, anche manifestazioni come queste, possono farci riscoprire.

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