Il Tirreno

Lucca

«Voglio pagare per il male che ho fatto»

di Luca Tronchetti
«Voglio pagare per il male che ho fatto»

Il cacciatore che ha ridotto in fin di vita l’agricoltore si è costituito ai carabinieri vinto dal rimorso dopo una notte insonne

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LUCCA. I carabinieri erano già sulle sue tracce. Molto di più che semplici indizi il fucile semi automatico calibro 12, il piccolo cane da caccia breton e i suoi tratti somatici che Riccardo Barsi, il figlio di Gianfranco l’operaio-agricoltore ridotto in fin di vita da quel colpo sparato a tre metri di distanza, non potrà mai dimenticare. Ma lui, Marco Zappelli, 58 anni, di Ghivizzano, sposato, un figlio, agente immobiliare disoccupato da 24 mesi, ha anticipato i militari di Coreglia diretti dal maresciallo Francesco Feniello. Che se lo sono visti arrivare alle 16 di domenica. «Quello che cercate sono io, voglio pagare per il male che ho fatto». Una frase che è una confessione a tutti gli effetti. La confessione di una persona pentita, devastata dalle conseguenza di un attimo di follia. Più tardi, nel corso della perquisizione domiciliare, i militari hanno sequestrato oltre al fucile che ha sparato e alle cartucce anche una carabina.

Quel permesso rinnovato. Marco Zappelli maledirà per il resto dei suoi giorni quella decisione - presa dopo un paio d’anni trascorsi senza mai imbracciare il fucile - di uscire sabato mattina di buon ora con il suo cane per andare a caccia nei boschi di Vitiana. Soltanto un mese prima aveva rinnovato il permesso di caccia. Un solitario, l’ex agente immobiliare che negli ultimi tempi, proprio per aver perduto il lavoro, era sembrato più nervoso e irascibile del solito. Anche a caccia preferiva la compagnia del suo cane a quella di altri appassionati.

Incontro fatale. Fatale l’incontro con l’operaio-agricoltore. Si è addentrato nel sottobosco sino ad incontrare un oliveto. Non si trattava di un fondo chiuso, recintato, con tanto di cartello. E quando Gianfranco Barsi, molto attaccato alla sua terra, lo ha apostrofato in malo modo perché aveva invaso la sua proprietà e gli danneggiava il raccolto, il disoccupato gli ha risposto per le rime facendogli notare che nell’area che stava calpestando non c’erano cartelli indicanti il divieto di caccia. Sono volate parole grosse. Zappelli e Barsi si sono diretti l’uno verso l’altro come in una scena da far west. Giunti a 3-4 metri di distanza il proprietario dell’oliveto ha minacciato il cacciatore. «Adesso chiamo i vigili urbani e ti faccio multare».

La tragedia, la fuga, il rimorso. Quelle parole urlate in faccia sono state come uno schiaffo in pieno volto e hanno avuto un effetto devastante. Il cacciatore ha sparato ad altezza d’uomo colpendo l’agricoltore alla gola. Preso dal panico ha sparato altre due volte all’indirizzo di Riccardo Barsi, il figlio dell’operaio che si trovava nell’oliveto, senza colpirlo. A quel punto si è allontanato di corsa nella boscaglia. Ha percorso diversi chilometri a piedi assieme al suo cane Breton prima di giungere a casa. All’inizio non ha detto nulla alla moglie e al figlio. Neanche quando a Ghivizzano sono giunte le notizie di un cacciatore che aveva sparato a un contadino riducendolo in fin di vita. Per tutta la giornata di sabato non ha toccato cibo e non ha chiuso occhio durante la notte. Nella tarda mattinata, vinto dal rimorso, la decisione di costituirsi dopo aver raccontato tutto ai familiari.

Interrogatorio di garanzia. Il sostituto procuratore Antonio Mariotti ieri pomeriggio ha inviato gli atti al gip per l’udienza di convalida in carcere che dovrebbe tenersi domani o al massimo giovedì. Ieri mattina Zappelli ha ricevuto la visita del suo legale, l’avvocato Maurizio Campo che affiancherà nella difesa Sara Romani. L’indagato è perfettamente consapevole di quanto ha fatto e del male compiuto e prega affinchè l’operaio che lui ha ridotto in fin di vita possa riprendersi. Gianfranco Barsi è ancora in coma farmacologico e le sue condizioni sono molto gravi e c’è apprensione per i possibili danni permanenti.

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