Il Tirreno

Lucca

«Una casa per stare uniti» l’appello di Tessy e Osagie

di Nadia Davini

Dopo mesi i giovani coniugi nigeriani fuggiti sul barcone con una figlia piccola si sono ritrovati. È accaduto dopo che il Tirreno ha raccontato la loro odissea

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LUCCA. Lo aspettavano da tempo, almeno da un paio di mesi, quell'abbraccio. Quell'abbraccio forte e liberatorio, quel sentirsi protetti l'uno dall'altra, che mancava da tanti, troppi giorni. Ora Osagie e Tessy, i due giovani nigeriani, marito e moglie, separati da quando sono sbarcati a Lampedusa dopo aver affrontato il viaggio della speranza sul barcone che dalla Libia li ha portati in Italia, si sono ritrovati.

E da ieri sono di nuovo insieme, a Lucca, nel centro di prima accoglienza della Croce Rossa, in via delle Tagliate.

Avevamo raccontato la loro storia la scorsa settimana, quando Osagie aveva lanciato un appello: «Aiutatemi a ritrovare Tessy – aveva detto – aiutateci a tornare insieme».

Da quel giorno, grazie al Tirreno, qualcosa si è mosso: telefonate, appuntamenti, tempistiche più certe, buone notizie, fino a venerdì, quando Tessy è scesa alla stazione di Lucca, in braccio la piccola Elizabeth, la loro figlia di 7 mesi, e nel cuore una gran voglia di rivedere il marito. «Non è arrivata per restare – spiegano gli operatori della Cri –. Ancora non abbiamo individuato una struttura che possa accoglierli in pianta stabile, stiamo lavorando per trovare una soluzione e speriamo di arrivare a una conclusione per novembre. Nel frattempo, però, ci siamo coordinati con il centro in cui vive Tessy con la bambina e di comune accordo abbiamo deciso di farli rincontrare almeno per un paio di giorni».

Dormono sotto una tenda blu del campo alle Tagliate e come primo gesto di una ritrovata intimità hanno unito le brandine, le coperte e le lenzuola, dando vita a una sorta di letto matrimoniale che potesse finalmente farli dormire abbracciati, tutti e tre.

Osagie, che da quando Tessy è vicino a lui non fa altro che ridere e per l'occasione si è vestito meglio che poteva, recuperando un paio di pantaloni e una camicia che rendessero merito al quel momento. Tessy, che continua a ripetere di sentirsi meglio, e infine Elizabeth, una testa di treccine nere, gli occhi che cercano il papà e un vestitino verde con un gran fiocco sulla schiena. Resteranno insieme fino a domattina, poi Tessy e Elizabeth dovranno tornare a Bologna, nella struttura per sole donne che le ospita da fine agosto, in attesa di ricongiungersi con Osagie. «Siamo felici a metà – raccontano i coniugi –. Non ci vedevamo da due mesi ed è stato emozionante ritrovarci, ci siamo commossi. Ma siamo tristi perché lunedì ci separeranno e non sappiamo quanto dovremo aspettare prima di riunirci. Vvogliamo vivere insieme e crescere insieme la bambina. Siamo fuggiti per amarci liberamente».

I due , lui 31 anni e lei 28, sono fuggiti dalla Nigeria a gennaio, perché là non avrebbero potuto costruire un futuro sereno. La famiglia di Tessy è musulmana e ha ripudiato la figlia, minacciandola di morte, da quando ha deciso di sposare un cristiano, Osagie. Sono cominciate le persecuzioni, così la fuga in Marocco, dove a marzo è nata Elizabeth, poi la Libia, le botte, gli spari, le violenze di ogni tipo, infine Zuara, il porto a pochi chilometri da Tripoli, un barcone della speranza e Lampedusa.

«Durante il viaggio in mare c'è stato uno sversamento di gasolio e mi sono ustionata la gamba – dice Tessy mentre mostra le cicatrici –. Sto meglio, mi stanno curando. Tutto sarebbe migliore se potessi stare con mio marito. Vi chiedo di aiutarci a trovare un alloggio per tutti e tre: a Lucca, a Bologna o dove che sia più opportuno. Ci va bene tutto, basta essere uniti».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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