Il presidio
«Le opere? Meglio venderle che chiuderle nelle scatole»
Non si intravede una soluzione – sotto forma di sede – per la collezione Salotti e la curatrice dell’atelier dell’artista ribadisce la sua proposta di museo diffuso
LUCCA. Non è rimasto inascoltato l’appello lanciato da Franca Severini, la curatrice dell’atelier di Giannetto Salotti nella casermetta San Martino. O, meglio, non è rimasto inascoltato da tanti, mentre non sono arrivate risposte da coloro che a quell’appello avrebbero dovuto rispondere per prime, le autorità cittadine. Così, a meno dell’improvviso arrivo di un’idea risolutiva (sotto forma di sede adeguata) l’immenso patrimonio artistico, ma anche di memoria storica, rappresentato da quanto contenuto nella casermetta, rischia di andare disperso.
Una “dispersione” che non costituirebbe necessariamente un qualcosa di negativo. Certo, mantenere unito, in uno spazio adeguato, quel tesoro fatto di opere d’arte e di documentazioni, sarebbe la cosa migliore. Ma poiché all’orizzonte non si intravede niente di concreto sotto il profilo di una possibile sede, è arrivata – via Facebook – la proposta della curatrice Severini: mettere in vendita a offerta libera le opere di Salotti. Ed è stata proprio dopo quella proposta che sono arrivate tante, tantissime chiamate. Una proposta che, spiega Franca Severini, non è affatto una “provocazione”, ma è concreta: «Io gli scatoloni non li apro», ci dice.
Che c’entrano gli scatoloni? Non si tratta di una metafora: di idee per possibili sedi alternative dove spostare il patrimonio dell’atelier nelle ultime settimane ne sono state avanzate tante, ma tutte con una caratteristica in comune, non si trattava di sedi già disponibili, pronte ad accogliere la collezione Salotti “in automatico” con lo svuotamento della casermetta. Si tratta insomma di traslochi sulla carta, che nessuno sa dire se e quando potranno essere fatti. Quindi in questo caso l’unica soluzione sarebbe stata una: chiudere tutto quel materiale in degli scatoloni, in attesa di trovare (forse) un posto dove accoglierlo degnamente. Ma questo modus operandi molto spesso ha solo conseguenze negative, tra scatoloni che potrebbero non venir più aperti, se non quando ciò che si trova al suo interno è rovinato dallo scorrere del tempo. A questo punto tanto vale cedere tutto a chi potrà prendersi cura delle opere, ossia privati o istituzioni. Da qui la proposta di Severini di mettere tutto in vendita a una cifra simbolica: quel tesoro finirebbe disperso, ma sarebbe salvo, nelle mani di chi se ne prenderebbe cura.
Anzi, volendo potrebbe non essere del tutto disperso. Potrebbe dar vita a un “museo diffuso” sul territorio, con opere che potrebbero essere acquistate da privati, da commercianti, da enti, dando vita a un percorso tra uffici, negozi e luoghi pubblici per scoprire le opere di Salotti. Certo, non sarebbe più la “sua casa” naturale, ma meglio di vederlo sparire...
Ed è stato proprio a questa proposta che sono arrivate tantissime risposte: «Ho ricevuto proposte e richieste da ogni parte – spiega Franca Severini – e non solo da Lucca e non solo dall’Italia. Per esempio sono stata contattata da collezionisti di Milano e Napoli, ma anche dal Portogallo. Molti sono stati anche i privati cittadini, commercianti, in particolare ristoratori, e altri che stanno per aprire delle attività in città, interessati a ospitare un’opera di Salotti, e pure un medico dell’ospedale di Lucca cui piacerebbe avere una delle sculture al San Luca. L’idea del museo diffuso del resto è molto diffusa in Europa e può dare molto in termini di valorizzazione al territorio e alle opere». Certo, la soluzione migliore, ci ripetiamo, sarebbe quella di una collezione tenuta riunita, ma sotto questo profilo continua un tira e molla che non pare rassicurante: «Pare di essere sulle montagne russe, si passa dalle stelle alle stalle e poi ancora alle stelle. Ma poi non si intravede niente di fattivo. Raccolgo solo belle parole. Anche il sindaco, che pure sono convinta ci tenga al patrimonio Salotti, mi ha proposto la sede del museo di Palazzo Guinici, che non si sa quando verrà aperto. Intanto mi hanno anche tagliato luce e acqua. Ma io quegli scatoloni non li aprirò».
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