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Quando Donatini ha ucciso non aveva capacità d’intendere

Quando Donatini ha ucciso non aveva capacità d’intendere

LUCCA. Mancano alcuni riscontri dei Ris dei carabinieri, ma sostanzialmente sono concluse le indagini sul delitto commesso oltre sei mesi fa a San Filippo e costato la vita a Francesco Sodini, 52...

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LUCCA. Mancano alcuni riscontri dei Ris dei carabinieri, ma sostanzialmente sono concluse le indagini sul delitto commesso oltre sei mesi fa a San Filippo e costato la vita a Francesco Sodini, 52 anni, colonna della cartiera Lucart di Porcari. Massimo Donatini, 43 anni, reo confesso imputato di omicidio volontario e porto abusivo di pistola da quella tragica mattina del 7 aprile scorso è ancora rinchiuso nel carcere di San Giorgio. A più riprese ha riferito al magistrato e ai suoi legali che vuol espiare la sua pena in carcere senza chiedere sconti, riduzioni o misure alternative.Anzi, lavorando nel penitenziario. Tanto che gli avvocati Fabrizio Ungaretti e Ornella Da Tofori non hanno presentato alcuna istanza e attendono la richiesta di rinvio a giudizio prima di prendere una qualsiasi decisione.

Capacità di intendere. Le valutazione del perito della pubblica accusa e del consulente della difesa di Donatini sono assai simili su un punto. Quello legato alla capacità d’intendere dell’assassino al momento di compiere il fatto. Per il criminologo fiorentino Massimo Marchi che assiste la difesa e per lo psichiatra Mauro Mauri nominato dal sostituto procuratore Antonio Mariotti l’ex caldaista della Lucart nel momento in cui agiva non comprendere il significato delle proprie azioni. Non si rendeva conto del valore sociale dell'atto che stava compiendo. Era in uno stato di allucinazione, vittima di una sorte di delirio, di un fenomeno di assoluto scompenso rispetto alla realtà. Un punto di vista che non coincide invece con l’analisi del consulente legale della parte lesa.

Realtà e finzione. Ormai emerge con estrema chiarezza che la mente obnubilata dell’imputato - che lavorava alla Lucart da 25 anni - non riusciva a distinguere la verità dalla finzione. Ogni battuta dei colleghi di lavoro, ogni voce scherzosa proveniente dall'interno della cartiera veniva presa tremendamente sul serio. E quei colleghi che gli avevano paventato il licenziamento per aver sottratto degli utensili dalla zona caldaie hanno provocato in lui una sorta di corto circuito sfociato nel delitto del capo reparto che ai suoi occhi lo aveva tradito. Il caldaista al pubblico ministero, durante l'ultimo interrogatorio in carcere, ha sostenuto che in quel momento l'omicidio per lui l'unica via d'uscita da una situazione che in azienda si era fatta invivibile.(l.t.)

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