Il presidio
Agriturismi fuori regola: non servivano cibi toscani
Scattata la diffida per sette strutture turistiche controllate da Forestale e Asl Nell’arco di venti giorni tutte le attività hanno dovuto adeguarsi alle leggi vigenti
LUCCA. Che differenza c’è tra mangiare in un agriturismo o in un normale ristorante? «Nessuna», pensano in molti. In realtà, le differenze ci sono (o meglio, ci sarebbero) e riguardano i prodotti che si possono inserire nel menù. Nel caso dell’agriturismo devono essere rigorosamente prodotti toscani: pecorino della Garfagnana, olio lucchese o anche bistecca alla fiorentina. Ma, per intenderci, niente ananas al maraschino, foie gras, aragosta, mozzarella campana o pasta pugliese. Lo hanno scoperto sulla loro pelle i titolari di sette strutture della Lucchesia, colti in fallo da Forestale e Asl.
I controlli. Da maggio a settembre la Forestale in collaborazione con l’Unità funzionale di sanità pubblica e veterinaria dell'Asl, ha svolto una campagna di controllo sulle strutture agrituristiche della provincia. «Abbiamo preso in esame 7 strutture: 3 della Piana, 2 della Mediavalle e 2 della Garfagnana – spiega il comandante Maurizio Folliero – Sono tutte di dimensioni medio-grandi, dai 40 ai 100 coperti». L'obiettivo dei controlli era verificare che negli agriturismi ove si preparano e somministrano alimenti, sia rispettata la legge regionale n. 30 del 2003. «Si tratta di una normativa – spiega il comandante – che a fronte di incentivi fiscali e altre agevolazioni (ad esempio l’Iva al 4% anziché al 22 sugli acquisti) prevede che negli agriturismi siano utilizzate esclusivamente materie prime coltivate, allevate, raccolte e trasformate nel territorio regionale».
Lo scopo della legge, che prima del 2003 imponeva solo di avere un 30% del menù autoprodotto e per il resto dava mano libera, è la valorizzazione e la promozione del prodotto locale, proposto come un valore aggiunto per tipicizzare e arricchire l'offerta turistica. I controlli non avevano intenzioni repressive, ma piuttosto volevano stimolare a una maggiore conoscenza delle norme.
Cibi non toscani. Su 180 agriturismi presenti sul territorio, come detto sono state controllate 7 strutture (pari al 5% del totale). Ebbene, tutte e 7 non rispettavano la normativa regionale e i titolari sono caduti un po’ dalle nuvole. Nelle cucine e nelle dispense (ma un occhio è stato dato anche ai menù) figuravano alimenti “non di origine toscana” e nessuno si era posto il problema. «Mozzarella campana, carne piemontese, farro tedesco, pasta pugliese – spiega il dottor Ambrogio Pagani dell’Asl – Ma anche l’olio e il vino, due prodotti che la nostra Regione offre in abbondanza, spesso avevano un’altra provenienza. Per di più, c’erano anche lattine di note bibite che negli agriturismi non potrebbero certo essere vendute. Solo per i prodotti di “ospitalità comune”, ad esempio il caffè, la legge fa un’eccezione».
La diffida. Nel 90% dei casi è stata applicata una "diffida": in pratica, al titolare della struttura sono stati concessi 20 giorni di tempo per mettersi in regola. Al termine del periodo un nuovo controllo ha verificato che i menù erano stati “toscanizzati”. «Tutte le ulteriori verifiche da noi effettuate hanno dato esito positivo per cui l'unica sanzione comminata (333 euro), è stata elevata nel solo caso dove abbiamo riscontrato che il prodotto non conforme era già stato somministrato». Cosa significa? Che le confezioni dei prodotti “stranieri” rinvenute nelle cucine erano ancora intonse. Solo un sacco di patate “non toscane” era già stato quasi completamente usato: in quel caso la somministrazione era provata, così il titolare si è beccato la multa.
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