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In “cassa” per tre anni
Lavoratori sotto choc, ci chiedono dettagli sul progetto delle colture
BARGA. Uno choc, per i lavoratori e per tutti i cittadini. Perché anche se si sapeva da tempo che la situazione di Kme non era delle migliori, la notizia dello stop a gran parte dell’attività metallurgica per riconvertirsi alle culture idroponiche è stata una sorpresa assoluta.
«Un fulmine a ciel sereno», dicono alcuni lavoratori fuori dai cancelli. Un fulmine capace di portarsi con sé tante domande sul futuro di ogni singolo lavoratore di Kme così come quello delle proprie famiglie, soprattutto a riguardo del periodo antecedente l'entrata a regime della coltura idroponica.
Molti, confidano: «Pensavamo fosse uno scherzo». Ma così non è. Fa strano sentire che a Fornaci i capannoni di Kme, o familiarmente intesi come quelli della “metallurgica”, non produrranno più rame ed ottone dai primi mesi del 2016 lasciando così spazio a vegetali d'avanguardia. Una prospettiva aziendale, è letta da alcuni lavoratori come «fonte di preoccupazione» e si teme, calcolando le perdite maturate in un decennio da Kme, che l'investimento di 50-60 milioni di euro da usare alla riconversione dei capannoni fornacini, «non sia altro che un gioco aziendale per prendere incentivi» o che «la nuova produzione poi realizzata, dopo non segua lo stesso percorso intrapreso dal rame: andare all'estero».
A rincuorare rimane comunque l'intenzione della dirigenza impegnata nella riconversione senza procedere verso un smantellamento e questo solleva lo spirito di molti lavoratori. Vincenzo Manes, patron di Kme, lunedì a Firenze, ha annunciato un reinsediamento produttivo capace di rioccupare tutti, o comunque la maggioranza, dei 600 lavoratori, anche se la società, spiega con una nota, il giorno stesso che a Fornaci, l'impianto idroponico «impiegherà a regime 400 dipendenti».
Ma ecco le linee guida che attualmente, già subito dopo la riunione fiorentina, sta seguendo il coordinamento sindacale: alla contrarietà sulla perdita del sito industriale fornacino, si affianca il proprio messaggio di «cautela sul progetto di ridiversificazione che, seppur elemento positivo, ha bisogno di essere valutato e verificato con attenzione riguardo la sua fattibilità, dentro una trattativa che si dovrà aprire immediatamente anche con il coinvolgimento dei soggetti istituzionali». Ed infatti è quello che è già accaduto ieri in Kme: assemblea di un'ora e mezza, non retribuita, divisa per reparti interessando ogni turno.
Giacomo Saisi, di Uilm-Uil, tiene a sottolineare che «nonostante la nuova linea produttiva annunciata oltre i cancelli di Kme c'è preoccupazione, nonostante la prospettiva futura d'essere il più grande centro produttivo italiano di coltivazioni idroponiche ed in un mercato in forte espansione futura e che da parte dell'azienda arrivi il segnale di credere fortemente nel progetto. Un impegno delle forze sindacali avverrà già da questo lunedì a Firenze, a cadenza settimanale, ed ogni volta per mettere a punto un pezzo di accordo per averne uno definitivo a fine anno. Già con la prossima. Prima avverrà l'incontro con le realtà locali», dice Saisi.
Quello che maggiormente si teme, lavoratori e sindacati, è quanto accadrà alle aziende dell'indotto soprattutto alla Coop Fanin, l'unica, a differenza delle altre, ad avere Kme come unico interlocutore. «Ad oggi - conferma Saisi - rimane incerto il futuro di Fanin».
Proprio su questo caso specifico interviene Mauro Rossi, segretario provinciale Fiom-Cgil: «La Fanin, attualmente rimane un vero problema. Novanta dipendenti, di cui venti al facchinaggio e pulizie, mentre i restanti sul settore meccanico. Kme, non ha dato risposte e per noi è un problema perché per il 90% lavorano per lei, ma è un fatto che certamente porteremo sul tavolo delle trattative». Infatti, se altre aziende dell'indotto hanno una linea a sé, Fanin no e come dice Rossi, «Kme pensa principalmente ai suoi dipendenti. Comunque vada, rappresenta l'ennesima perdita di un pezzo d'industria italiana che era leader nel rame, anche se a quanto pare molti sono interessati a capire sulla riconversione alle colture idroponiche». Nel frattempo, come dettaglia Rossi, ci sarà la cassa integrazione per tre anni in attesa di rientrare a regime col quarto, ma «ci impegneremo affinché l'azienda aumenti la quota degli 800€ previsti».
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