Italia
Violenze sulla figlia, padre assolto
Lucca, nessun contatto con i familiari dopo la condanna a 8 anni in primo grado. La parola alla Cassazione
LUCCA. Quattro anni fa un giovane padre di 39 anni venne condannato per violenza sessuale sulla figlia di 4 anni. Otto anni di reclusione, una provvisionale di 100mila euro immediatamente esecutiva e l’esercizio della patria podestà sulla figlia alla mamma della piccina. Per la procura di Lucca, con il pm Sara Polino che ricorre in Appello, una condanna sin troppo mite visto che l’accusa chiede per padre-orco 12 anni e mezzo di carcere e 150mila euro di provvisionale. Da quel momento l’ex barista, che viene interdetto in perpetuo dai pubblici uffici come pena accessoria della condanna, rompe ogni rapporto con la moglie e la bimba. Nessuna telefonata, nessuna lettera, nessun sms o tentativo di contatto per spiegare che lui non era l’uomo nero che faceva del male alla sua piccina, il sangue del suo sangue. Oltretutto non ottempera neanche all’ordine del giudice e non versa gli alimenti ai familiari. Ma, inaspettata, arriva la svolta. La Corte d’Appello di Firenze composta di togati donne (presidente Romagnoli, a latera Cannizzaro e Palasciano) ribalta completamente la sentenza di primo grado. Assolto dal reato di atti sessuali ai danni della figlia di 4 anni con revoca delle statuizioni civili. Una bomba che rischia di aver conseguenze di varia natura con implicazioni civili e penali di notevole entità.
Ricorso in Cassazione. Per questo motivo i legali della famiglia della piccina, avvocati Andrea Da Prato e Cristina Moschini, hanno presentato ricorso in Cassazione. E, probabilmente, la stessa cosa farà la procura generale di Corte d’Appello che in un primo tempo sembrava non avere l’intenzione di presentare ricorso alla Suprema Corte. Fondamentale nel diverso esito processuale, diametralmente opposto e tale da ingenerare confusione e stordimento anche nell’opinione pubblica, il ruolo giocato dai consulenti tecnici in relazione all’incidente probatorio. In primo grado emerse con chiarezza (l’inchiesta venne affidata alla Mobile) che il padre imputato di violenza sessuale nell’arco di diversi mesi avrebbe approfittato di circostanze di tempo (orari in cui si trovava solo in casa con la bimba), di luogo (l’abitazione) e di persona (minore dei 10 anni e quindi incapace di intendere e di volere). E nell’incidente probatorio quel rapporto morboso emerge con chiarezza tanto da non dare adito dubbi al collegio lucchese. Ma la situazione cambia completamente in Appello. La consulente psicologa Nicosia sostiene che dal filmato dell’incidente probatorio in procura «non emergono paure verso il padre» e che «i medici che ebbero a visitarla durante la degenza ospedaliera notarono alcuna anomalia in lei e neanche la madre, sino alla rivelazione della sorella».
Il ruolo della sorella. Per il consulente della corte d’Appello proprio il ruolo della zia della bimba sarebbe stato fondamentale e le sue parole avrebbero tratto in errore gli inquirenti. L’opposto di quanto affermato dal consulente del tribunale di Lucca che ha ritenuto di fondamentale importanza il racconto della zia.
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