Il Tirreno

Lucca

«Giorni d’inferno eravamo sicuri che saremmo morti»

di Nadia Davini
«Giorni d’inferno eravamo sicuri che saremmo morti»

Una giovane coppia con un bimbo giunta dalla Libia racconta la sua odissea a bordo di un barcone

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LUCCA. C'è Zekri, trentaquattro anni, sguardo corrucciato e occhi vissuti, che gesticola quando parla e si ammutolisce, quando non sa come descrivere i propri stati d'animo. Poi c'è Ahmed, dieci mesi, in continuo movimento, con quegli occhi uguali, identici a quelli del papà, che se lo tiene stretto sotto il braccio, appoggiato sulla gamba sinistra. Infine Hanadi, venti anni raggiunti a malapena, con il suo pancione di otto mesi che spunta da sotto lo scialle e un'espressione di dolore che le segna la pelle. Hanno le facce stanche e l'andatura sofferente, tutti e tre, padre, madre e bambino. La famiglia Kamel (nella foto grande), originaria del Sudan, arrivata domenica scorsa a Lucca. L'ultimo arrivo al campo di prima accoglienza della Croce Rossa.

Hanno le facce stanche e gli occhi gonfi, si diceva, colpa della stanchezza e delle dodici ore trascorse in mare aperto, su una di quelle carrette riempite all'inverosimile, con le stive piene di persone – uomini, donne, bambini – ammassati, i più poveri chiusi sottocoperta, i più fortunati incolonnati uno di fronte all'altro, schiacciati come sardine.

Anche loro, anche Zekri, Hanadi e Ahmed erano lì, con altri 590 migranti partiti dalle coste libiche e lasciati in mezzo al mare. “Garraf” è la parola che Zekri ripete più spesso. Sta per “barcone”, ma a sentirgliela pronunciare sembra racchiuda anche tutta la paura che ha provato lungo la traversata.

«Il barcone non ce la faceva a trasportarci tutti, eravamo tantissimi – racconta il giovane padre –. Alle 1,30 della notte tra sabato e domenica siamo stati presi dai trafficanti libici e portati sulla costa: qua ci hanno caricati sui gommoni e accompagnati all'imbarcazione, che era già pronta per partire. Eravamo tantissimi, quasi seicento. Il barcone aveva due piani, chi aveva pagato di più stava sopra, chi meno sotto. Le famiglie stavano da una parte, i più giovani dall'altra. Mentre raggiungevamo la barca ho sentito il trafficante che parlava e raccontava di un altro barcone, partito poco prima del nostro, anche quello strapieno come il nostro, che era affondato e si erano salvati solo in sette».

Qui il racconto si interrompe per un attimo, poi riparte con tutto il pathos del ricordo di quel terribile momento: «Lì ho capito che sarei morto, che saremmo morti tutti: ho pianto per dodici ore, per tutto il viaggio. Piangevano e pregavano anche gli altri».

Sono racconti che si ripetono nelle parole dei migranti: la fuga, la prigione, il riscatto, i tanti soldi pagati per il viaggio, la deriva in mare aperto e il salvataggio.

«Non ho potuto vedere chi fossero i trafficanti – continua il trentaquattrenne Zekri – Quando il barcone era partito sono stati recuperati da un gommone e ci hanno lasciati da soli: a noi ci ha salvato Medici senza frontiere».

Zakri e Hanadi, insieme al piccolo Ahmed, sono arrivati vivi insieme ai parenti, che ora sono ospitati al centro della Croce Rossa di Pisa, e a tutti gli altri fuggiti dalla Libia con loro.

Zakri in Libia ci è nato, la sua famiglia è originaria del Sudan, mentre Hanadi in Libia ci è arrivata da sposata, insieme al marito. Ahmed è nato a Gianzur, una città della Tripolitania, che sorge sul mare, a pochi chilometri di distanza da Tripoli.

«Facevo l'autista, in Sudan ci sono tornato solo un mese in tutta la mia vita per sposarmi con Hanadi – continua Zakri –. La situazione in Libia è molto critica, se ti trovano con soldi in tasca ti picchiano e se non dai tutto quello che hai ti sparano. Ci trattavano come cani i libici, mi dicevano che contavo meno di una bestia, ero peggio di una bestia. A noi africani ci chiamano “abed”, che sta per “nero” ma in senso dispregiativo, significa schiavo. E infatti questo siamo per i libici. La situazione - prosegue il racconto - però ultimamente era peggiorata, perché ogni mese, quando dovevo riscuotere, arrivavano dei ragazzi che appartengono a una delle bande presenti in città, strafatti di droga, e mi prendevano i soldi. È successo a me e a tanti altri, tra botte, minacce, insulti. Non è vita, non c'è vita in Libia. Così abbiamo deciso di scappare, il viaggio per il Sudan ci sarebbe costato tanto quello per l'Italia, con la differenza che in Sudan c'è la guerra».

Quindi l'Italia e 5.000 dinari (l’equivalente di circa 3.200 euro) spesi per un viaggio di cui si conosce solo la partenza, ma non l'arrivo.

«Prima di imbarcarci siamo stati tenuti per tre giorni in un grande stanzone vicino al mare, dove c'erano anche tutti gli altri che insieme a noi avrebbero affrontato il viaggio. Ci tiravano il mangiare per terra, dovevamo stare in silenzio perché come qualcuno parlava veniva preso a bastonate».

Hanadi osserva, non parla, ogni tanto un'espressione di dolore le si forma sulla bocca. Ha affrontato il viaggio e la paura con un pancione di otto mesi, che avrà protetto e tenuto a sé proprio come sta facendo ora, con le mani sempre davanti, come a coprire quegli orrori a chi verrà dopo, a quel che verrà dopo. E il dopo qua si chiama vita.

«Una volta salvati da Medici senza frontiere abbiamo pensato di essere stati salvati dalla morte. Mia moglie è stata portata subito in ospedale, ci hanno curato e accolto. Non abbiamo più niente con noi, il mare si è portato via ogni ricordo, ma non il desiderio di una vita vera, in pace».

Ora il sogno si chiama Svezia, dove una grande rete di amici e parenti li sta aspettando.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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