Il presidio
Donatini chiede al giudice di poter lavorare in carcere
LUCCA. Vuol espiare la pena senza chiedere sconti, riduzioni o misure alternative. Rimanendo in carcere e soprattutto lavorando all’interno della struttura penitenziaria. Un modo per cercare di...
LUCCA. Vuol espiare la pena senza chiedere sconti, riduzioni o misure alternative. Rimanendo in carcere e soprattutto lavorando all’interno della struttura penitenziaria. Un modo per cercare di rendersi utile al prossimo dopo aver acquistato consapevolezza del male che ha procurato alla famiglia della vittima e ai propri cari. Massimo Donatini, 43 anni, che la mattina del 7 aprile uccise a colpi di pistola il capo reparto alla Lucart, Francesco Sodini, non soltanto rimane in carcere, ma non è da escludere che possa essere trasferito in un altro penitenziario per affrontare un percorso rieducativo. Un percorso basato sulla possibilità di lavorare prima all’interno e in futuro, al termine del processo e dopo la sua condanna, all’esterno della struttura penitenziaria. Le sue volontà sono state ribadite nell’ultimo interrogatorio avvenuto lunedì scorso al sostituto procuratore Antonio Mariotti alla presenza del consulente del pm, il professor Mauro Mauri, e dei suoi legali.
Ormai emerge con estrema chiarezza che l’imputato - che lavorava alla Lucart da 25 anni - non riusciva a distinguere la verità dalla finzione. Ogni battuta dei colleghi di lavoro, ogni voce scherzosa proveniente dall'interno della cartiera veniva presa tremendamente sul serio. E quei colleghi che gli avevano paventato il licenziamento per aver sottratto degli utensili dalla zona caldaie hanno provocato in lui una sorta di corto circuito sfociato nel delitto del capo reparto che ai suoi occhi lo aveva tradito.
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