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l'allarme

La povertà aumenta. Il vescovo: anche un pacco di pasta è importante

Da sinistra: Donatella Turri, Italo Castellnai, Elisa Matutini
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Da sinistra: Donatella Turri, Italo Castellnai, Elisa Matutini

Secondo il rapporto 2014 della Caritas, i centri di ascolto hanno accolto 1.435 persone, tutte o quasi hanno alle spalle una famiglia

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LUCCA. Una persona su due che si reca ai centri di ascolto della Caritas è italiana. Nel 2014 le persone accolte nei centri di ascolto della Diocesi di Lucca sono state 1435. "Le domande di aiuto formulate dai soggetti in molti casi evidenziano una situazione di bisogno che interessa una pluralità di persone oltre a quella che l’operatore volontario si trova davanti. Il numero di individui con i quali si è entrati in contatto durante l’anno è quindi molto più elevato".

E' quanto riporta il Rapporto annuale sulle poverta e sulle risorse della Diocesi, presentato dal vescovo Italo Castellani, dalla direttrice della Caritas Donatella Turri e dalla sociologa Elisa Matutini che ha curato la stesura del volume. "Come per i precedenti anni - viene sottolinato - , esistono persone che ricevono assistenza presso le parrocchie, ma che non si recano direttamente ai centri di ascolto per senso di vergogna. In base alle testimonianze offerte dai volontari, questo è particolarmente frequente nel caso di persone anziane che vivono in piccoli paesi".

E monsignor Castellani lancia l'invito: "Anche chi va a messa la domenica può dare il suo contributo con un gesto minimo. Ad esempio lasciando nel cesto della chiesa un pacco di pasta, un litro di latte a lunga scadenza, un sacchetto di biscotti. Molte famiglie hanno anche emergenze alimentari. E oltretutto una riflessione di questo genere, di togliersi qualcosa per sé per darlo a chi ha bisogno esercita un forte ruolo educativo per i ragazzi che vengono coinvolti in questo gesto dai genitori".

Le richieste di aiuto che arrivano ai centri di ascolto provengono sempre più spesso da contesti familiari relativamente giovani e con al loro interno figli piccoli. Quasi il 70% degli italiani e il 78% circa degli stranieri riferisce di avere almeno un figlio. Questo dato è considerato particolarmente importante perché rivela un universo di deprivazione sperimentato in larga parte da bambini e adolescenti. Una condizione che, oltre ad essere causa di disagio grave nel presente, segna in maniera importante il percorso di vita dei futuri adulti sotto molteplici punti di vista.

Alla luce della importanza del tema e della rilevanza assunta dal dato relativo alla povertà minorile presso i centri di ascolto negli ultimi anni, nel dossier è stato inserito un approfondimento qualitativo su questo argomento e sul tema della povertà alimentare.

Nelle storie di vita ricostruite gli sportelli i problemi legati al mercato del lavoro assumono quasi sempre una rilevanza centrale. Un numero consistente di persone dichiara di essere disoccupato (72,89%) senza particolari differenze di genere. La disoccupazione però non costituisce l’unica posizione lavorativa in grado di esporre al disagio economico. Il 13,31% infatti riferisce di avere un lavoro che però risulta insufficiente a coprire i costi legati alla sussistenza del nucleo familiare. Si tratta di situazioni in cui il lavoratore è sottopagato, oppure precario, in molti casi il lavoro è prestato su chiamata in base alla presenza o meno di picchi di produttività.

Chi arriva al centro di ascolto della Carità spesso ha alle spalle storie di deprivazione grave. In molti casi si tratta di percorsi di povertà avviati già da tempo e non arginati dai molteplici tentativi di soluzione compiuti in maniera autonoma dal nucleo familiare. Da questo derivano condizioni di disagio economico conclamato e contesti nei quali, vista anche la presenza di bambini, si rende necessaria l’attuazione di interventi tempestivi e allo stesso tempo la costruzione di progetti di recupero e di rilancio delle capacità delle persone, da realizzarsi nel medio e nel lungo periodo.

La povertà economica costituisce una tra le principali problematiche nel 50% dei casi. spesso essa è associata a difficoltà materializzate, a volte in maniera improvvisa e inattesa, nel mercato del lavoro. I soggetti accolti nel 60% dei casi vivono la propria condizione di disagio in un contesto di radicale solitudine rispetto al sistema istituzionale preposto al contrasto della povertà. Il 59,23% riferisce di non essere seguito dal servizio sociale professionale pubblico.

Il dato aumenta sensibilmente per la popolazione immigrata, raggiungendo il 68,24% dei casi. I richiedenti aiuto, nonostante le difficoltà incontrate, continuano a cercare vie d’uscita e si propongono agli operatori come persone in grado di rimettersi in gioco appena sia possibile trovare degli appigli materiali, anche minimi, che permettano un percorso di risalita dal pozzo della povertà. "Spetta alle istituzioni - sottolinea il rapporto -, al terzo settore e al volontariato, attraverso un lavoro sinergico, valorizzare al massimo questo atteggiamento proattivo nella consapevolezza che ogni individuo, anche nel caso in cui stia attraversando una condizione di deprivazione molto dura, è portatore di risorse per il suo benessere e per quello della comunità".

“Ogni anno il rapporto Caritas è una fotografia puntuale sulle situazioni delle persone ultime, ma che sono prime nell’attenzione dei volontari e degli operatori”, afferma il vescovo Italo Castellani. “È un modo per prendere coscienza delle situazioni che sono vicino a noi. Il dossier è un quadro di insieme che permette di “scegliere” la tipologia di impegno - prosegue -. Chi ha in mano il dossier, può motivare le risposte con più cuore. Mi riferisco alle istituzioni, ma anche ai parroci e agli animatori: la comunità cristiana deve prendere coscienza del suo vicino di casa. In questo momento di difficoltà, le risorse (non solo economiche) sono il valore aggiunto”.

“Le forme di solidarietà nelle parrocchie sono aumentate e sono cambiate - interviene Donatella Turri, direttrice dell’Ufficio Pastorale Caritas - . Non si tratta più di elemosina, ma di nuove forme di solidarietà che le persone mettono in gioco nelle parrocchie. Ciò che stiamo sperimentando è proprio una metodologia diversa. Le persone si mettono a disposizione per fornire aiuto nei vari progetti che portiamo avanti. Penso ai doposcuola, alla creazione di orti che contribuiscono a fornire verdure fresche ai centri di distribuzione, i vari percorsi attivati in collaborazione con scuole e associazioni per formare dei cordoni di protezione intorno alle persone. In una parola è necessario attivarsi, non aspettare le Istituzioni, ma prendersi cura del proprio vicino fornendogli sostegno e aiutandolo a reinserirsi nella società”.

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