Il Tirreno

Lucca

Carabiniere condannato, inchiesta sulle minacce

Carabiniere condannato, inchiesta sulle minacce

Lucca, si procede per le intimidazioni al giudice Annarumma. Magistrati e avvocati difendono Annarumma: «No alla gogna»

2 MINUTI DI LETTURA





LUCCA. La procura apre un fascicolo - affidando le indagini alla sezione di pg dei carabinieri e alla polizia postale - sulle minacce gravi nei confronti del giudice Annarumma avvenute attraverso la pagina Facebook «Io sto con i carabinieri». Fb, social network statunitense, non risponde alle richieste della magistratura italiana per il reato di diffamazione. Ma è celere quando deve fornire all’autorità giudiziaria estera nomi di persone accusate di minaccia grave come quelle di cui è stato fatto oggetto il giudice.

IL COMMENTO L'appello sbagliato al popolo

Intanto in un comunicato congiunto firmato dall'ordine degli avvocati, dalla sottosezione dell'Associazione Nazionale Magistrati e dalla camera penale si stigmatizzano i contenuti di alcuni commenti apparsi sulla cronaca e sui social network in relazione alla condanna in primo grado - disposta dal giudice Carlo Annarumma - del carabiniere accusato di lesioni ai danni di un tunisino intento a rubare del rame in un capannone dismesso. Vicenda originata dalla segnalazione inviata alla procura dall'allora comandante della Compagnia dei carabinieri subito dopo l'arresto dell'extracomunitario che venne condannato per il tentato furto a 18 mesi. «Lette le notizie apparse su stampa e social network a seguito della condanna da parte del Tribunale di un carabiniere, accusato di avere cagionato lesioni personali volontarie ad un cittadino tunisino, dopo l’arresto, come si legge in imputazione; fermo restando l’insopprimibile esercizio del diritto di cronaca e di critica, tra le colonne fondamentali del sistema democratico, non è possibile esimersi dalle seguenti considerazioni.

LEGGI ANCHE Le motivazioni della condanna - Il presidente del tribunale: "No alla denigrazione"

È inaccettabile che un giudice sia sottoposto a gogna mediatica solo perché ha assunto una certa decisione in un caso concreto, senza aderire a posizioni preconcette. I giudici devono essere terzi ed imparziali ed assicurare lo svolgimento del giusto processo ed emettere decisioni nel rispetto della legge. Solo un giusto processo, celebrato nel rispetto delle regole, può dire se un fatto è previsto dalla legge come reato, se un soggetto ne sia responsabile e se esista o meno una vittima. Destano stupore e preoccupazione i toni ed i contenuti di alcuni commenti apparsi sulla cronaca e sui social network che rischiano di ingenerare sfiducia nella giustizia e di istigare pericolose reazioni contro tutti coloro, magistrati ed avvocati, che esercitano le loro funzioni nel rispetto e a tutela della legalità e per assicurare la civile convivenza». (l.t.)

 

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Primo piano
La tragedia

Cecina, il parto in casa e il neonato morto in una busta: i dubbi da chiarire

di Claudia Guarino