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Viaggio nel fascino segreto di Villa Ducloz
Vi apriamo le porte della dimora Liberty di via Civitali ora messa in vendita: 600 metri quadri e 4500 di splendido parco
LUCCA. L’enorme faggio che si colora di rosso solo dieci giorni l’anno. La porta coi vetri decorati ritrovata nella stalla. L’incontro con papa Wojtyla, nel silenzio della mattina del 24 settembre 1989, quando il pontefice venne in visita a Lucca e pernottò nel pensionato dall’altra parte della strada. Vivere dentro villa Ducloz-Dianda in via Matteo Civitali, la più bella dimora Liberty della città e uno degli esempi toscani più significativi dell'architettura di primo Novecento, è anche questo.
Dentro la villa. Per la maestosità, la bellezza e l’importanza della casa – costruita nel 1903 su progetto dell'architetto Gaetano Orzali - ti aspetteresti una sorta di museo. Invece là dentro, da trent'anni, la bellezza e il valore convivono con le emozioni. A raccontarle sono i proprietari – un professionista lucchese e la moglie - che a malincuore hanno deciso di metterla sul mercato, attraverso agenzie internazionali e nazionali tra cui la Sist3ma.it di Capannori. Nonostante vogliano rimanere nell'anonimato, ci hanno aperto eccezionalmente le porte della loro dimora e della loro vita là dentro.
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La scelta di vendere. La messa in vendita – prezzo top secret e trattativa riservata - sembrerebbe un controsenso visto l’affetto che li lega alla casa. Ma per i coniugi si è trattato di una scelta forzata. Non più giovanissimi, i figli cresciuti e ormai orientati verso la propria vita altrove, per loro la villa – seicento metri quadri su quattro piani, dei quali uno seminterrato e l'altro sottotetto, più un giardino che si estende per circa 4500 e due edifici staccati adibiti a garage - è diventata troppo grande e impegnativa per continuare a curarla bene, come la sua bellezza e importanza richiedono. E come hanno fatto in tutti questi anni, da quando vi hanno messo piede la prima volta.
Il destino. «Questa casa l'ho sempre avuta sotto gli occhi – racconta il professionista – perché sono nato e cresciuto nelle vicinanze. Da sposati, poi, abbiamo abitato all'ultimo piano di un palazzo da cui la vedevamo ogni giorno. Forse era destino che, una volta arrivati i figli, diventasse nostra».
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Il faggio rosso. Lui e la moglie non dimenticano lo spettacolo - dall'attico del palazzo - del faggio rosso, il maestoso albero di trecento anni che tuttora orna il giardino insieme ad altre piante secolari e altissime. «Un'enorme palla rossa – dice – dalle tante sfumature di quel colore. Succede solo dieci giorni all'anno, dal 20 al 30 aprile, con la fioritura primaverile. Uno spettacolo che non finisce mai di stupirci».
L'albero eroe. Racconti del quartiere narrano, poi, che sia stato quel faggio – 35 metri di altezza, più di 4 di circonferenza e una larghissima chioma – a impedire circa 40 anni fa il prolungamento di via Farnesi verso S. Anna. La strada, infatti, da via normale e transitata si restringe in una strettoia pedonale proprio al lato della villa: l'albero si trova da quella parte del giardino. «Ci sarebbe stata una ferma opposizione al suo abbattimento – spiega il professionista – e di lì l'abbandono del progetto. Ma sono voci di paese, senza alcuna conferma. È indubbio, però, che la strada si sia fermata lì».
I giganti del parco. Non hanno avuto la stessa sorte, invece, due piante cui i proprietari tenevano particolarmente: un faggio rosso gemello e un esemplare rarissimo di Araucaria. «Purtroppo si ammalarono – raccontano – e dovemmo abbatterli». Ma nel parco sono rimasti altri giganti, tra cui un ippocastano e un abete argentato. E poi camelie, magnolie, nespoli, roseti, fiori, vasche per i pesci. Un paradiso di verde, a due passi dalla città, che tutta la famiglia si è goduto fino in fondo. «Quando i bimbi erano più piccoli – raccontano i proprietari – chiamavano sempre i loro amici a giocare. Ogni giorno ce n'era una trentina».
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La carezza del Papa. Una sera di quel periodo è rimasta e rimarrà sempre nel loro cuore: quando papa Wojtyla dormì a pochi passi da loro. «C'era un silenzio totale perché la strada era chiusa. La mattina dopo andammo prestissimo con i bambini ad aspettare il pontefice all'uscita del pensionato. Eravamo soli, lui era sulla Papamobile, la fece fermare per salutarci e carezzare i piccoli. Un'emozione indescrivibile». Il recupero delle origini. Non ovviamente con quell'intensità, ma fu emozionante anche trovare la grande porta a vetri del corridoio, che faceva parte dell'arredo originario della casa ed era stata tolta. «Pensavamo di rifarla nuova – raccontano – e invece le ante sbucarono, dopo ricerche su ricerche, nel caos della stalla (trasformata poi in garage, ndr). Erano state buttate là dai precedenti proprietari, con il rischio di rovinarsi irrimediabilmente. Le abbiamo recuperate e fatte risistemare. Sono bellissime». Alle origini il professionista e la moglie hanno riportato altre preziose parti della casa, come le decorazioni in ceramica e maiolica della facciata esterna, che erano state coperte da una tinta gialla. «Quello che non è stato possibile è il recupero dei decori delle pareti interne, andati persi sotto strati di tinta».
Le luci in veranda. Anche senza quei decori, tuttavia, il Liberty irrompe dappertutto: nei pavimenti in legno e in ceramica, negli armadi a muro e nei sanitari con il bordo bombato, solo per fare alcuni esempi. Nella veranda esagonale, il “bow-window” che è uno degli elementi caratterizzanti della dimora, raggiunge l'apice. Non a caso qui ci sono due abat-jour che, appena arriva il crepuscolo, si accendono. Lasciando trapelare la bellezza della casa, ma anche la vita che c'è dentro.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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