Il Tirreno

Lucca

Gli animalisti ricorrono alle vie legali

di Barbara Antoni
Gli animalisti ricorrono alle vie legali

Recuperati 120 chilogrammi di carcasse nel tratto fra via Varanini e via della Rosa. Arpat: livelli di acqua bassissimi

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LUCCA. Mentre esplode la rabbia dei cittadini e gli animalisti annunciano il ricorso alle vie legali, le responsabilità si intrecciano sul caso della morìa di pesci di giovedì nel condotto comunale del fosso. Un dato si fa più certo: se sono morti è anche perché il meteo è andato contro le aspettative.

Ieri intanto sono state rimosse le carcasse degli esemplari morti per anossia (mancanza di ossigeno) o (forse) anche per concentrazioni di inquinanti superiori alla norma vista la portata di acqua ridotta causa lavori di Enel alla diga di Borgo a Mozzano negli ultimi giorni. Quattro sacconi pieni di pesci morti, in totale 120 chilogrammi. Li ha raccolti una squadra di Sistema Ambiente armata di retino e indosso stivaloni fino alla coscia; gli operai, scesi nel condotto, hanno recuperato le carcasse e le hanno passate al collega in piedi lungo il fosso. Un’operazione condotta da piazza Varanini alla griglia della Rosa, in prossimità di via della Rosa sotto il San Colombano. Oggi, annuncia il direttore di Sistema Ambiente Roberto Paolini, «torneremo sul posto per controllare che da ieri non siano morti altri esemplari». «Quello che dovevamo fare l’abbiamo fatto», aggiunge l’assessore all’ambiente Francesco Raspini sulla rimozione delle carcasse.

Lav e Anpana all’attacco. La sezione lucchese della Lav (lega anti vivisezione) e l’Anpana esprimono all’unisono «l’indignazione per la morìa di pesci avvenuta per l’abbassamento del livello dell’acqua del Serchio. Nonostante la preoccupazione dei cittadini per la sorte dei pesci nel fosso non sono stati predisposti interventi di salvataggio degli esemplari rimasti in vita. Avremmo auspicato la massima attenzione delle autorità per la fauna selvatica che abita in questi canali». La preoccupazione degli ambientalisti va ai giorni tra il 6 e 10 ottobre quando Enel eseguirà nuovi lavori e il livello dell’acqua sarà di nuovo ridotto. «Ci aspettiamo che le autorità competenti operino in modo da salvare i pesci rimasti», continuano. Mentre la Lav fa sapere di avere chiesto «all’ufficio legale della sede nazionale di valutare azioni di denuncia».

Arpat, primo responso. Livelli dell’acqua nel condotto da cinque a cinquanta centimetri sono stati rilevati dai tecnici Arpat intervenuti per un controllo sul fosso nel giorno della morìa, prelevando anche campioni di acqua che verranno esaminati. Sulle motivazioni della morìa i tecnici ambientali ritengono che sia stata dovuta «a uno sbalzo di livelli dell’acqua nel condotto, ma anche al fatto che la concentrazione dei reflui scaricati nel fosso aumenta se l’acqua diminuisce. E così peggiora la condizione dell’habitat per i pesci».

Concause non previste. Se l’habitat del condotto demaniale dove cento anni fa le nonne lavavano i panni tanto l’acqua era pulita oggi è andato in forte sofferenza è anche, non nascondono esperti e addetti ai lavori, per una serie di congiunture non previste in sede di programmazione dei lavori alla diga di Borgo a Mozzano che hanno comportato lo perfino lo svuotamento dell’invaso sotto il ponte del Diavolo. Enel, che ha eseguito i lavori (prima tranche, la seconda ci sarà appunto tra 6 e 10 ottobre) declina qualsiasi responsabilità. «I lavori sono finiti, abbiamo rispettato i tempi che ci ha dato la Provincia. Da stamani (ieri, per chi legge, ndr) abbiamo cominciato a rinvasare l’acqua, è cresciuto anche il livello del fosso. Per noi i lavori si sono svolti secondo i tempi, tutto è andato molto bene. Non è riconducibile a noi la responsabilità della morìa di pesci». Ma c’è un ma. L’ingegner Gennarino Costabile, a capo del dipartimento difesa del suolo della Provincia, spiega che i lavori erano stati previsti in questo periodo di fine settembre ipotizzando una maggiore piovosità (e quindi una naturale ricchezza di acqua nel condotto) e temperature più basse. La situazione meteo andata in pratica contro le previsioni, insieme alla riduzione di acqua operata in modo artificiale per consentire i lavori alla diga, ha ridotto anche le condizioni di vita dei pesci. Ormai infatti, spiega proprio l’ingegner Costabile, il fosso viene alimentato solo dallo scarico della centrale idroelettrica di Enel, oltre che dall’acqua piovana. Venendo a mancare le due fonti di approvvigionamento, il canale si è prosciugato o quasi in alcuni tratti. Senza dimenticare che, nella poca acqua rimasta, i reflui che convogliano nel condotto (chi vi scarica dovrebbe avere regolare autorizzazione dal Comune) si sono concentrati aumentando il loro potere inquinante. E i pesci sono morti. «Non è una questione di semplice soluzione», conclude Costabile in vista dei lavori di ottobre: per essere sicuri di salvare i pesci si dovrebbero togliere insieme all’acqua del condotto e riversare altrove.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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