Il Tirreno

Lucca

«Eravamo a tavola ci hai levato la scodella di sotto»

«Eravamo a tavola ci hai levato la scodella di sotto»

Il musicista-disegnatore Federico Sardelli “rimprovera” lo scomparso: «Sulla morte potevi evitare di fare sul serio»

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LUCCA. «Eravamo tutti a tavola e ci hai levato la scodella di sotto. Non ci rendevamo conto che mangiavamo continuamente alla mensa della tua intelligenza, del tuo spirito, della tua straordinaria capacità di osservare e capire il mondo, della tua arguzia, del tuo spirito vivo».

E’ un passo dell’ultimo saluto di Federico Maria Sardelli, musicista e disegnatore livornese, a Giorgio Marchetti, suo amico e compagno di avventura nel Vernacoliere, il giornale satirico della città labronica. Sardelli lo ha pronunciato al termine della cerimonia funebre nella cattedrale di San Martino, affollatissima di rappresentanti delle istituzioni, tra cui anche il sindaco di Livorno Filippo Nogarin, di gente comune e soprattutto di molti amici dell’architetto, intellettuale e umorista, autore di tanti testi e interventi, anche sulle pagine del Tirreno, dove firmava le cronache volutamente sgrammaticate di Pierin Lucchese e le dotte dissertazioni di Ettore Borzacchini.

Il musicista ha iniziato così la sua orazione, rivolta all’amico e – così lo considerava - fratello maggiore:

«Due ammiratori insistevano, mesi fa, per venire a incontrarci a Pasqua. Per sottrarti alle loro insistenze tu gli scrivesti: “state a casa vostra. A Pasqua il Sardelli e il Borzacchini per impegni precedentemente assunti saranno morti. Ecco, potevi evitare di fare sul serio».

Continuando a prendere a prestito la metafora della tavola, Sardelli ha poi riportato alcune frasi che lo scrittore Marco Malvaldi, amico di Marchetti e anch’egli presente nella cattedrale, gli aveva suggerito nel preparare l’orazione funebre.

«E’ come se non ci fossero più le albicocche. Impensabile. Giorgio Marchetti ci deve essere, non si può sostituire».

Sardelli spiega perché, rivolgendosi ancora all’amico.

«Eri il più intelligente, sapevi scherzare su tutto. Hai deliziato migliaia di persone con un universo di parole, storie, situazioni, personaggi: un affresco gigantesco che ogni giorno arricchivi di qualche pennellata. Ciascuno di noi ha attinto per anni alle tue straordinarie invenzioni e alla tua capacità di vedere il mondo da angoli inconsueti».

E poi sul soprannome di orso. «Eri amabile, generoso, ma anche un po’ burbero e soprattutto orso. Quanto abbiamo riso scrivendo decine di pagine sugli orsi, come questa poesiola: “Orsi ricorsi/al Tar/ per iniqui esborsi/orsi con rimorsi/ho veduto esporsi/al ludibrio/ e poi ricomporsi”. Il finale: «Ciao, orso amato. Ci manchi, ma continuerai a darci gioia e a farci del bene finché vivremo».(p.t.)

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