Il Tirreno

Lucca

Buona la vendemmia nel nome di Pascoli

Per i vitigni di Castelvecchio qualche problema dagli animali selvatici che rovinano le piante

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CASTELVECCHIO. Un buon raccolto, nonostante le “capatine” di caprioli e altri animali selvatici che, attirati dai vitigni di Casa Pascoli, hanno distrutto molte decine di piante. L’attesissima “vendemmia Pascoliana”, giunta alla seconda edizione, si è confermata un appuntamento che, nel nome del volontariato, unisce tradizione e cura del territorio. Infatti, lo scorso anno, in occasione del centenario pascoliano, quattro volontari del gruppo Fratres e della Misericordia di Castelvecchio hanno “adottato” i terreni adiacenti la casa del poeta, occupandosi della cura e decoro del giardino e dei vigneti.

Si tratta di Maurizio Lucchesi (presidente dei Fratres), Gianfranco Petruzzi, Lino Biagioni e Alberto Ferrari: «Prima dell’anno scorso la vigna era abbandonata e nessuno la guardava – esordisce Maurizio Lucchesi -. Ci siamo rimboccati le maniche facendo prima opera di manutenzione, e poi sono reimpiantate un centinaio di barbate nuove. E i risultati sono soddisfacenti». La vecchia cantina di Casa Pascoli, accanto alle cappellina, è ancora interessata da lavori di consolidamento, e quindi per ora la lavorazione dell’uva viene fatta in altra sede. Ma, soprattutto e onde evitare equivoci, questo progetto di recupero non ha intenti commerciali o speculativi: «Il vino prodotto qui non è venduto ma lo usiamo e imbottigliamo in occasione delle feste che vedono coinvolte la Misericordia e i Fratres».

Appassionati di agricoltura, per autoconsumo e un fine anche sociale: «L’impegno su Casa Pascoli – affermano all’unisono – è anche un modo per assicurare decoro al territorio. E lo stesso dovrebbe essere fatto da parte delle istituzioni». E con questa frecciatina, si entra nel campo minato delle invasioni di animali selvatici come cervi e caprioli, che non sono mancati neanche nel giardino del poeta romagnolo, rovinando il raccolto e le piante: «Ho scritto anche alla Provincia sulla questione della battaglia con gli animali selvatici, ma non ci sentiamo tutelati dalle istituzioni perché siamo agricoltori dilettanti e non facciamo attività di impresa. Questo ci dicono i fatti e le norme».

In sostanza, i piccoli agricoltori “senza fine di lucro” rischiano di andare in rimessa: «Servirebbero tutele come recinzioni e altre misure per scoraggiare queste scorribande, ma siamo lasciati soli a noi stessi. Noi si spende, e invece c’è tutela solo per i coltivatori diretti. E si arriverà che la gente abbandonerà le campagne, facendo crescere erbacce e lasciando tutto in balìa dell’incuria, coi rischi del caso». E così, un gruppetto di quindici coltivatori della zona e proprietari di piccoli appezzamenti, si avvicina al cronista, per raccontare i disagi: «Si comincia ad aprile – maggio con gli istrici che rovinano le patate, poi coi germogli e i frutteti arrivano i caprioli e distruggono le colture, poi l’estate caprioli e tassi arrivano al granturco».

Nicola Bellanova

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