Il Tirreno

Lucca

«Quel bronzo? Sono ancora arrabbiato»

di
«Quel bronzo? Sono ancora arrabbiato»

L’ex corridore, montecarlese d’azione, ricorda gioie e delusioni della sua partecipazione a cinque gare iridate

5 MINUTI DI LETTURA





LUCCA. Michele Bartoli, 43 anni, montecarlese d’adozione, in carriera ha vinto quasi tutte le corse in linea più prestigiose: due Giri di Lombardia, due Liegi Bastogne Liegi, un Giro delle Fiandre, una Freccia Vallone, un Amstel Gold Race. Nel suo palmarès manca giusto il campionato mondiale. E, si badi bene, è una lacuna che, a distanza di dodici anni dalla sua ultima partecipazione, brucia ancora. Nonostante due terzi posti.

Bartoli, la sua prima volta in azzurro da professionista fu nel 1996, a Lugano. Medaglia di bronzo al primo tentativo: suvvia, andò bene...

«Talmente bene che a distanza di diciassette anni sono ancora arrabbiato. Corremmo malissimo, nonostante la presenza in squadra di elementi del calibro di Bugno e Chiappucci, grandi campioni che decisero di mettere la loro esperienza al servizio della squadra e mio in particolare. Ma il loro lavoro fu vanificato da movimenti assurdi: Ferrigato e Guidi che tirarono quando non avrebbero dovuto tirare, Tafi che partì da solo per riprendere i fuggitivi e comunque senza raggiungere i primi due, Museeuw, che poi vinse, e Gianetti, che arrivò secondo. Alla fine riuscii a spuntarla per il terzo posto bruciando allo sprint Axel Merckx».

Poi si chiarì con i suoi compagni?

«Sì, ma la nazionale non è una squadra di club dove condividi il lavoro di una intera stagione. I chiarimenti ci sono, ma servono a poco. E’ un giorno in un anno e tutto si gioca in quel giorno, fine. Ricordo che anche Alfredo Martini era amareggiato e arrabbiato per quanto successo: purtroppo, il commissario tecnico può fare poco, in certe situazioni, perché per quante indicazioni possa dare poi è il corridore che deve interpretare la gara e lui mica può entrare nella testa di un atleta».

Nel 1997 a San Sebastian, altra gara sfortunata. Vinse Brochard, lei fu il primo degli italiani, ma soltanto al decimo posto generale.

«Il percorso non era bello, tutt’altro. Ci fu una caduta e si spezzò il gruppo, io rimasi in quello dietro: Fondriest e Bugno tirarono per riportarmi sotto, ma le caratteristiche del tracciato non ci permisero di colmare del tutto lo svantaggio».

E veniamo al 1998. In primavera dominò nel nord vincendo la Liegi e la Tre Giorni di La Panne e arrivando terzo all’Amstel. Era lei l’uomo da battere al mondiale di Valkenburg...

«Fu un altro bronzo. La squadra quella volta fu ottima, lavorò stupendamente. Ma intervenne qualcosa di incredibile a bloccarmi. Ora, io in carriera quasi mai ho avuto incidenti meccanici. In quella circostanza mi dovetti fermare ben nove volte. E una volta erano i freni rotti e una volta la ruota e una volta la sella e una volta il pedale. Impensabile. E poi, a due giri dalla fine, caduta e ritardo di un minuto e mezzo dal gruppo. Lì ebbi modo di apprezzare il valore della squadra: c’erano compagni che non soltanto si fermarono per aspettarmi e riportarmi sotto, ma addirittura tornarono indietro per aiutarmi. Alla fine, arrivai terzo anticipato dal mio amico Van Petegem in volata, mentre Camenzind, che vinse, era lontano».

Quello fu il primo anno di Antonio Fusi ct al posto di Martini.

«Alfredo era un padre per tutti noi. Il rapporto umano era alla base di tutto, quello era il suo modo di lavorare e i risultati gli hanno sempre dato ragione. Fusi era una persona molto preparata tecnicamente e mi dispiace sia uscito dal giro».

2000, Plouay. Stavolta Bartoli finisce ai piedi del podio al termine di una volatona vinta da Romans Vainsteins.

«Ecco un’altra in cui avrei anche potuto vincere, ma non ci riuscii. Ci fu un’incomprensione tra me e Bettini al momento dello sprint finale. Cose che capitano. Il fatto è che io e i mondiali proprio non siamo mai andati d’accordo. Anche da dilettante, eh. Nel 1991 a Stoccarda, fatto mai successo: mi si spezza la bici in due, che posso fare? Ed è brutto perché, vedete, se perdi al Giro delle Fiandre comunque ti puoi rifare alla Liegi che si corre due settimane dopo. Il Mondiale c’è quest’anno e poi devi aspettare dodici mesi.

L’ultima esperienza in azzurro risale al 2001. Bettini argento, Bartoli undicesimo, nel gruppone regolato in volata da Oscar Freire. Ma fu una corsa che ebbe uno strascico di polemiche in casa azzurra.

«Fu un finale strano. Simoni in fuga, da solo. E dietro, a tirare il gruppo, Lanfranchi. Nessuno ha mai capito perché. Un conto se Gilberto fosse stato in compagnia di qualcun altro: uno dietro può anche pensare che in una volata a due magari perde e allora si dà da fare per recuperare. Ma era solo. Davvero, non so cosa avesse pensato Lanfranchi con quella sua azione. Che poi noi suoi compagni eravamo anche impossibilitati a fermarlo, eravamo in discesa, in fila indiana molto allungata e c’erano pure le moto».

Chiudiamo con il passato e veniamo al presente. Bartoli oggi ha quarantatré anni, collabora con la Lampre e segue alcuni corridori nella loro preparazione premondiale. Però ci sono suoi quasi coetanei che vincono la Vuelta...

«Ah ah ah... già, Chris Horner. Io l’ho sempre detto: nelle grandi corse a tappe, da vecchi si possono ottenere risultati migliori che da giovani, perché c’è maggiore resistenza. Per un velocista è più complicato, ha altre fibre. E poi Horner ha smesso di mangiare hamburger ed è dimagrito, anche per questo ha cominciato a ottenere grandi risultati in finale di carriera. Se avessi mangiato io tutti quegli hamburger che mangiava lui, mica avrei vinto due Lombardia, al massimo un giro dell’Emilia».

Favoriti per domenica a Firenze?

«Cancellara, Gilbert e Sagan son quelli che vanno per la maggiore. Il tracciato si addice a gente veloce come loro. La salita di Fiesole viene fatta solamente dieci volte, avessero fatto un percorso tutto a circuito come ai miei tempi, quell’ascesa avrebbe fatto più selezione, perché ci sarebbero stati ottanta-cento chilometri di salita, ma così è più semplice. Comunque occhio agli spagnoli e a noi italiani».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Primo piano
La tragedia

Cecina, il parto in casa e il neonato morto in una busta: i dubbi da chiarire

di Claudia Guarino