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Due italiani sequestrati a Bangkok: la liberazione è partita da Lucca

Due italiani sequestrati a Bangkok: la liberazione è partita da Lucca

Grazie a una telefonata fatta da Danilo De Vito, uno dei uomini rapiti, al fratello Ermete, maresciallo in servizio al comando dei carabinieri della città delle Mura, a mettere in moto l’ambasciata italiana in Thailandia

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È stata una telefonata fatta da Danilo De Vito al fratello Ermete, maresciallo in servizio al comando dei carabinieri di Lucca, a mettere in moto l'ambasciata italiana a Bangkok e di conseguenza la polizia thailandese per la liberazione dei due italiani rapiti da poliziotti corrotti. Sono sette, spiega il comandante dei carabinieri di Lucca, colonnello Stefano Fedele, che ha seguito tutta la vicenda, le persone identificate e accusate del rapimento di De Vito, 51 anni, e Antonio De Muro, 62 anni, entrambi romani, in vacanza in Thailandia.

I due turisti, riferisce il colonnello, sono ora sotto scorta in attesa del processo per direttissima che dovrebbe svolgersi nei prossimi giorni. La telefonata decisiva al fratello Ermete è stata fatta da De Vito approfittando del fatto che i rapitori non conoscono l'italiano. De Vito ha infatti digitato il numero del fratello mentre, dall'albergo in cui i due erano tenuti prigionieri, contattava la propria banca per farsi versare i soldi, in piu' tranche, per pagare il riscatto.

''Il maresciallo - racconta il colonnello Fedele - ha ricevuto la chiamata l'altro ieri, alle 14. Era una strana telefonata da Bangkok in cui il fratello gli diceva che erano stati bloccati da alcuni poliziotti che li accusavano di aver usato un bancomat clonato e li avevano portati in un albergo. Il maresciallo gli aveva suggerito di non pagare. A quel quel punto ho subito contattato la Farnesina e poi il funzionario di servizio all'ambasciata italiana. I poliziotti avevano chiesto 20.000 euro e i due turisti stavano dando disposizione alle banche di fare versamenti nominativi, attraverso la Western Union, in 20 tranche da 1.000 euro ciascuno''.

Il quadro non è molto chiaro in quel momento e non aiuta il fatto che i due italiani, probabilmente molto spaventati, si rifiutino di far parlare il funzionario dell'ambasciata, che ha chiamato al numero dell'albergo, con uno dei poliziotti corrotti. Ma il processo di trasferimento del denaro viene bloccato e contestualmente il responsabile della sicurezza dell'ambasciata italiana mette in moto la polizia. Quando gli agenti locali sono arrivati in albergo, spiega ancora il colonnello Fedele, i rapitori hanno tentato di fuggire ma De Vito, che è cintura nera di arti marziali, ne ha inseguito e bloccato uno. Delle sette persone identificate, sei sarebbero effettivamente agenti, il settimo, secondo le informazioni giunte in Italia, è un uzbeko.

IL RACCONTO DI DANILO DE VITO, UNO DEI DUE ITALIANI RAPITI

Ventiquattro ore nelle mani di una banda di poliziotti thailandesi infedeli. ''Ce la siamo vista davvero brutta'', racconta Danilo De Vito, 51 anni, architetto, che con l'amico e compagno di viaggio, Antonio De Muro, 62 anni, ingegnere, è stato rapito in Thailandia e rilasciato non appena la banda s'è resa conto che dall'Italia era stato dato l'allarme e che per loro si stava mettendo male.

''Dobbiamo tutto ai carabinieri di Lucca e al colonnello Fedele - racconta De Vito - che hanno allertato l'ambasciata in tempi rapidissimi permettendoci di tornare liberi. Appena un quarto d'ora dopo che ho chiamato mio fratello, siamo stati contattati dall'ambasciata e un'ora e mezzo dopo ci siamo ritrovati liberi. I poliziotti che ci avevano rapiti sono fuggiti ma noi siamo riusciti ad acciuffarne uno, il capo, e a farci ridare un po' dei soldi, circa 1.500 euro, che avevamo con noi per il viaggio e che ci avevano rubato''. L'odissea dei due turisti italiani a Bangkok è cominciata poche ore dopo il loro arrivo nella capitale, il 19 agosto. ''In una zona centrale della città - racconta De Vito - ho provato a fare due prelievi con il bancomat senza riuscirci. All'improvviso ci sono saltati addosso in tre, ci hanno detto di essere poliziotti in borghese e ci hanno mostrato il distintivo della polizia thailandese accusandoci di usare una carta di credito falsa. Ci hanno anche portato in un posto di polizia li' vicino, poi ci hanno trasferito in un albergo dicendoci che per l'uso di carte di credito false in Thailandia si rischia 20-30 anni di prigione. La mia paura era che oltre alle carte di credito false nelle valigie ci mettessero anche dell'altro. È quindi cominciata una trattativa: dagli iniziali 2 milioni di baht, circa 50.000 euro, sono scesi a 1 milione, circa 25.000 euro''. ''Ci hanno anche accompagnato in banca - ricorda De Vito -, ma non era possibile trasferire soldi dalla banca italiana senza avere un conto in un istituto locale''.

Attraverso un money transfer, spiega ancora l'architetto romano, dall'Italia sono stati trasferiti circa 10.000 euro, poi bloccati. Ma è stata la pressione dell'ambasciata e l'assistenza dei carabinieri dall'Italia a sbloccare la situazione. La banda - cinque o sei persone, dice De Vito, che si davano il cambio - s'è resa conto che il piano era fallito e ha cercato di dileguarsi. ''I poliziotti thailandesi, quelli buoni - conclude l'architetto - li abbiamo trovati nel nostro albergo al nostro arrivo. Sono stati gentilissimi e ci tengono sotto scorta 24 ore su 24''. De Vito e De Mauro - che hanno mogli e figli in Italia - avrebbero voluto tornare subito a casa ma dovranno attendere almeno l'avvio del processo, la prossima settimana.

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