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Lucca

Stretta ai prestiti Lucca nella top ten in tutta Italia

Gli impieghi dati dalle banche alle piccole imprese sono calati del 10,6% negli ultimi due anni

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LUCCA. In inglese si chiama “credit crunch”. Tradotto in italiano, è qualcosa che gli imprenditori conoscono bene: la stretta del credito, le banche che non danno più soldi. E il fenomeno è particolarmente forte nella nostra provincia. Dove - secondo una ricerca riportata dal Sole-24Ore fra il 2010 e il 2012 gli impieghi concessi dagli istituti di credito a imprese sotto i venti addetti è sceso del 10,6%: da 1.542 a 1.379 milioni di euro.

Il calo percentuale pone Lucca al nono posto in Italia, in una classifica che comunque riporta quasi tutti segni meno (le uniche eccezioni sono Lecce, Cremona e Lodi). Peggio della nostra provincia, in Toscana, fa solo quella di Pistoia che con il suo meno 13,3% arriva al secondo posto assoluto dietro solo a Varese.

Una situazione che non sorprende Roberto Favilla, direttore di Confartigianato, una delle associazioni che raduna molte delle piccole e medie aziende che si sentono sempre più spesso rispondere “no” agli sportelli bancari. «Io non conosco la relatà delle altre province - spiega Favilla - e così non posso esprimermi sulla graduatoria. Ma per quanto riguarda Lucca, posso dire che una stretta creditizia così forte non l’abbiamo mai registrata in passato».

Per le aziende più piccole andare a chiedere soldi in banca è diventato ormai un calvario. Che molto spesso si conclude con rifiuto o con richieste assurde. «Il problema delle aziende come quelle che rappresentiamo - prosegue Favilla - è che spesso hanno patrimonio esigui, che non riescono a soddisfare ai parametri imposti da Basilea 2 e 3. E poi c’è la questione delle garanzie: a volte vengono chiesti a garanzia anche i Bot. Assurdo, anche da un punto di vista imprenditoriale: se uno ha dei Bot da parte preferirebbe vendere quelli anziché accettare un prestito a tassi alti come quelli che vengono praticati dalle banche».

A Lucca c’è anche un altro probalema: quelli di istituti che una volta erano del territorio e che ora, dopo fusioni e incorporazioni, sono diventati pianeti di galassie più grandi. Con il risultato che i direttori hanno turn-over continui e che non c’è più la conoscenza fra il bancario e l’imprenditore. Che, anzi, spesso deve rivolgersi alla casamadre per avere l’ok al prestito.

Favilla ricorda anche i rimedi messi in campo in questi anni: «Abbiamo fatto convenzioni con le banche locali per il prestito d’onore e poi quella con la Banca del Monte e la Fondazione Crl per il finanziamento senza troppe formalità e vincoli stringenti». Ma l’impressione, sempre di più, è che questo non possa bastare. (l.c.)

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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