Il Tirreno

Lucca

«Un’esperienza terribile: ho visto la morte in faccia»

di Luca Tronchetti
«Un’esperienza terribile: ho visto la morte in faccia»

Il drammatico racconto di Franca Bindi per mezz’ora in balia di una gang che trova le chiavi della cassaforte facendo razzia di oro e soldi per 30mila euro

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PORCARI. Sono le 9 del mattino quando Franca Bindi, 70 anni, apre la porta al sindaco Alberto Baccini che suona al campanello al primo piano in via della Stazione sotto al panificio dei Pini. Lei è suo marito Adolfo Picchi, 75 anni ben portati, piccolo imprenditore in pensione, hanno subito poco più di 4 ore prima l’assalto di un commando di rapinatori che - dopo averli minacciati, terrorizzati e malmenati - sono fuggiti con tutti i loro risparmi lasciandoli nella disperazione. Adolfo Picchi non c’è. È già uscito per fare delle commissioni. Un modo per scuotersi da quella notte che lo segnerà per sempre. La pensionata in lacrime si rivolge al primo cittadino di Porcari che l’abbraccia e cerca di confortarla. Poi inizia il suo racconto interrotto da singhiozzi e lamenti. Una testimonianza straziante che colpisce e indigna.

A volto scoperto. Sono le 3.30. Adolfo Picchi e Franca Bindi da due ore e mezzo sono a letto e stanno dormendo. «Abbiamo visto Porta a Porta e i titoli del TG 1 della notte davanti alla tv in salotto – racconta ancora in vestaglia la pensionata – e poi siamo andati a letto». La banda entra in azione. Nonostante proprio sotto l’abitazione ci sia una forno (il panificio dei Pini, ndr) con una decina di dipendenti che lavora tutta la notte e la cui insegna illuminata rischiara la zona. Ma la gang è pronta a tutto: armata di piede di porco e cacciavite forza prima la persiana e poi sfonda la porta a vetri ed alluminio della casa dei coniugi Picchi. Loro dormono, non si accorgono di nulla. Non hanno installato il sistema d’allarme. «Due anni fa quando siamo stati vittime di un furto abbiamo messo le grate alle finestre e dotato di un cancello l’ingresso secondario. Pensavamo di essere sicuri anche perché sotto c’è un panificio che lavora a pieno ritmo proprio di notte e invece…».

Ai piedi del letto. I tre banditi si dirigono immediatamente nella camera da letto. Come se già conoscessero la sua collocazione. Adolfo e Franca Picchi stanno dormendo. Non hanno udito niente. Vuoi perché a quell’ora il sonno è profondo, vuoi perché l’ingresso e le camere sono collocate ai lati opposti della casa. «A un certo punto mi è sembrato di sentire come un brusio. Voci confuse ai piedi del letto. Quando ho aperto gli occhi quei tre erano davanti a noi».

«State zitti e buoni e non vi faremo nulla» le parole pronunciate con un accento dell’Est dal terzetto a volto scoperto con uno di loro che di tanto in tanto cercava di coprirsi la faccia.

Mani contro la bocca. «Ci hanno tappato la bocca con le mani per invitarci a star zitti. Quello che mi ha preso in consegna forse aveva un anello visto che mi ha procurato un graffio in fronte. Mi ha tolto la macchina dell’ossigeno e avevo difficoltà respiratorie. Volevano sapere dov’era la cassaforte. E noi a sforzarci di dire che il forziere non c’era». Alla fine porteranno via tutti i soldi e tutti i documenti.

Gesto d’amore. «Mi marito si preoccupava per me. Quando tutto è finito mi ha confidato di aver avuto la tentazione di afferrare le forbici che aveva sul comodino e colpire con tutta la forza quel delinquente che lo minacciava di morte. Ma c’ero lì io ed è passato sopra ai soprusi, alla violenza e si è beccato anche un ceffone quando il suo aguzzino gli ha detto che lo avrebbe legato. Era a pancia in giù, ma si è alzato e di scatto ha replicato al malfattore “Te non mi leghi”. A quel punto quello l’ha colpito e lui si è sentito male. Non so come sarebbe finita se il bandito che mi premeva la mano sulla faccia non fosse intervenuto e parlando in italiano non lo avesse redarguito costringendolo ad andare a prendere un bicchier d’acqua in cucina e ad offrirlo ad Adolfo. Il terzo stava invece rovistando nei cassetti della sala. Ha bevuto un succo di frutta nel frigo e si è impossessato di alcuni orologi di mio marito. Nel rovistare nella mia borsa hanno trovato le chiavi della cassaforte e hanno svuotato il forziere. Continuavano a dire “ancora un minuto e ce ne andiamo”, ma il tempo non passava mai e abbiamo temuto il peggio».

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