Il presidio
Maria Eletta Martini, la donnache volava alto e stava con i giovani
Marco Innocenti
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Nella campagna elettorale dell’87È morta nella sua Lucca. Staffetta partigiana in gioventù, cattolica fervente, fu tra i fedelissimi di Aldo Moro, poi lottò con Tina Anselmi contro la loggia P2
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Che battaglia quella notte dell'incipiente primavera del 1976 quando, nella sede del comitato provinciale della Dc, si votava per le candidature alle elezioni politiche della primavera. Maria Eletta Martini, capace di reggere ogni sfida per i suoi principi fin da quando, poco più che ventenne, aveva fatto la staffetta partigiana, non aveva ceduto: Loris Biagioni, parlamentare del suo partito vicino al potente ministro Togni, dominus della Garfagnana, per Maria Eletta non andava ricandidato. Alla fine di uno scontro durato fino a notte fonda l'aveva spuntata; sei voti contro la candidatura di Biagioni, cinque a favore. Il sesto no, determinante, era stato ovviamente il suo.
Quella notte Maria Eletta Martini fu consacrata come vero ago della bilancia della Dc lucchese, partito che raggiungeva allora quasi il 50% dei voti nella bianchissima Lucca. Cattolica fervente, dirigente delle organizzazioni giovanili della diocesi, in gran confidenza con vescovi (e poi cardinali), arrivata in Parlamento, nel 1968, aveva subito sposato la linea di Aldo Moro: morale e valori al centro dell'azione politica, apertura al rapporto con le forze della sinistra e grande attenzione al mondo dei giovani e del sociale, che del resto aveva conosciuto bene come insegnante di lettere alle scuole medie.
L'appartenere alla corrente morotea, minoritaria a Lucca, tutto sommato le aveva giovato: in una Dc caratterizzata a partire dagli anni '70 e fino ai Novanta dallo scontro tra le correnti, lei era riuscita ad emergere come leader super partes, al quale alla fine tutto il partito doveva rimettersi per comporre le diatribe e trovare la linea comune. Riuscita a mettere da parte quanto di "vecchio" tentava di governare ancora la Dc, aveva favorito la crescita e l'affermazione di un gruppo di giovani espressione del suo stesso mondo: su tutti Giuseppe Bicocchi (presidente della Provincia e poi parlamentare), Piero Baccelli (sindaco e presidente della Provincia), Piero Angelini (consigliere regionale e poi parlamentare), Mauro Favilla (sindaco e poi parlamentare) e Franco Fanucchi, sindaco e poi presidente della Camera di Commercio.
Per un ventennio però non c'era stata scelta che non dividesse in due o più fazioni i "giovani" che Maria Eletta aveva allevato: sulle decisioni per i rifiuti, la viabilità, le infrastrutture, i destini urbanistici, sempre i forzanovisti guidati da Angelini si erano trovati sul versante opposto rispetto ai basisti che si riconoscevano in Bicocchi. Sia pure dietro le quinte, a tessere la trama per arrivare ai necessari compromessi che non fermassero l'azione politica in ultimo spuntava sempre la Martini. Alla quale non pochi colleghi di partito, estimatori compresi, rimproveravano di volare troppo alto e di curarsi troppo poco dell'iniziativa di governo e degli affari del territorio, che lasciava volentieri ad altri.
Maria Eletta era in effetti assai più attratta dall'impegno a Roma, dove era arrivata ad essere vicepresidente della Camera (dopo aver guidato varie commissioni) e dove curava per la Dc, sia pure senza incarichi ufficiali, gli stretti rapporti con il Vaticano. Di lei le cronache nazionali si erano occupate in modo particolare all'inizio degli anni Ottanta quando, insieme alla collega-amica Tina Anselmi, aveva preso di petto l'inchiesta sulla loggia P2. Ancora una volta era riuscita a vincere la battaglia, dando un contributo determinante alle iniziative di legge che miravano a scongiurare il rischio del formarsi di altre P2.
Anche per questo, attaccata come era ai suoi valori, era rimasta davvero scossa quando agli inizi degli anni Novanta suoi colleghi di partito lucchesi si erano trovati coinvolti in inchieste (dalle quali anni dopo sarebbero peraltro usciti sostanzialmente senza condanne) nate da rami locali della vicenda tangentopoli. Al cronista che, nel salotto della sua casa di viale Jacopo della Quercia a S. Marco, le chiedeva come avesse fatto a non accorgersi di quanto stava succedendo anche nella sua città, aveva per la prima volta risposto con qualche imbarazzo. Ovviamente auspicava che alla fine le inchieste appurassero la correttezza dell'operato dei suoi colleghi, ma non nascondeva un certo rincrescimento per non essere stata più vigile.
Anche se aveva rinunciato a candidarsi ancora per la Camera nel 1992, nonostante le insistenze del suo partito, non aveva cessato di fare politica nella Dc. Era stata determinante, ancora una volta, nel seguire il segretario moralizzatore, Benigno Zaccagnini; nel 1994 era stata poi tra i fondatori del Ppi e un anno dopo aveva seguito Gerardo Bianco nell'intesa con Romano Prodi, contrastando il segretario popolare Rocco Buttiglione che mirava a portare il partito nell'area del centrodestra. La vecchia staffetta partigiana, l'anima della battaglia purificatrice contro la P2 non poteva accettare di finire nelle braccia di Berlusconi, lontano anni luce dai suoi valori di riferimento.
Gli stessi che dal 1984, aveva messo al centro dell'azione del Centro nazionale del volontariato, di cui ancora conservava la presidenza onoraria dopo aver lasciato quella effettiva a un altro grande amico, Giuseppe Zamberletti.
Quella notte Maria Eletta Martini fu consacrata come vero ago della bilancia della Dc lucchese, partito che raggiungeva allora quasi il 50% dei voti nella bianchissima Lucca. Cattolica fervente, dirigente delle organizzazioni giovanili della diocesi, in gran confidenza con vescovi (e poi cardinali), arrivata in Parlamento, nel 1968, aveva subito sposato la linea di Aldo Moro: morale e valori al centro dell'azione politica, apertura al rapporto con le forze della sinistra e grande attenzione al mondo dei giovani e del sociale, che del resto aveva conosciuto bene come insegnante di lettere alle scuole medie.
L'appartenere alla corrente morotea, minoritaria a Lucca, tutto sommato le aveva giovato: in una Dc caratterizzata a partire dagli anni '70 e fino ai Novanta dallo scontro tra le correnti, lei era riuscita ad emergere come leader super partes, al quale alla fine tutto il partito doveva rimettersi per comporre le diatribe e trovare la linea comune. Riuscita a mettere da parte quanto di "vecchio" tentava di governare ancora la Dc, aveva favorito la crescita e l'affermazione di un gruppo di giovani espressione del suo stesso mondo: su tutti Giuseppe Bicocchi (presidente della Provincia e poi parlamentare), Piero Baccelli (sindaco e presidente della Provincia), Piero Angelini (consigliere regionale e poi parlamentare), Mauro Favilla (sindaco e poi parlamentare) e Franco Fanucchi, sindaco e poi presidente della Camera di Commercio.
Per un ventennio però non c'era stata scelta che non dividesse in due o più fazioni i "giovani" che Maria Eletta aveva allevato: sulle decisioni per i rifiuti, la viabilità, le infrastrutture, i destini urbanistici, sempre i forzanovisti guidati da Angelini si erano trovati sul versante opposto rispetto ai basisti che si riconoscevano in Bicocchi. Sia pure dietro le quinte, a tessere la trama per arrivare ai necessari compromessi che non fermassero l'azione politica in ultimo spuntava sempre la Martini. Alla quale non pochi colleghi di partito, estimatori compresi, rimproveravano di volare troppo alto e di curarsi troppo poco dell'iniziativa di governo e degli affari del territorio, che lasciava volentieri ad altri.
Maria Eletta era in effetti assai più attratta dall'impegno a Roma, dove era arrivata ad essere vicepresidente della Camera (dopo aver guidato varie commissioni) e dove curava per la Dc, sia pure senza incarichi ufficiali, gli stretti rapporti con il Vaticano. Di lei le cronache nazionali si erano occupate in modo particolare all'inizio degli anni Ottanta quando, insieme alla collega-amica Tina Anselmi, aveva preso di petto l'inchiesta sulla loggia P2. Ancora una volta era riuscita a vincere la battaglia, dando un contributo determinante alle iniziative di legge che miravano a scongiurare il rischio del formarsi di altre P2.
Anche per questo, attaccata come era ai suoi valori, era rimasta davvero scossa quando agli inizi degli anni Novanta suoi colleghi di partito lucchesi si erano trovati coinvolti in inchieste (dalle quali anni dopo sarebbero peraltro usciti sostanzialmente senza condanne) nate da rami locali della vicenda tangentopoli. Al cronista che, nel salotto della sua casa di viale Jacopo della Quercia a S. Marco, le chiedeva come avesse fatto a non accorgersi di quanto stava succedendo anche nella sua città, aveva per la prima volta risposto con qualche imbarazzo. Ovviamente auspicava che alla fine le inchieste appurassero la correttezza dell'operato dei suoi colleghi, ma non nascondeva un certo rincrescimento per non essere stata più vigile.
Anche se aveva rinunciato a candidarsi ancora per la Camera nel 1992, nonostante le insistenze del suo partito, non aveva cessato di fare politica nella Dc. Era stata determinante, ancora una volta, nel seguire il segretario moralizzatore, Benigno Zaccagnini; nel 1994 era stata poi tra i fondatori del Ppi e un anno dopo aveva seguito Gerardo Bianco nell'intesa con Romano Prodi, contrastando il segretario popolare Rocco Buttiglione che mirava a portare il partito nell'area del centrodestra. La vecchia staffetta partigiana, l'anima della battaglia purificatrice contro la P2 non poteva accettare di finire nelle braccia di Berlusconi, lontano anni luce dai suoi valori di riferimento.
Gli stessi che dal 1984, aveva messo al centro dell'azione del Centro nazionale del volontariato, di cui ancora conservava la presidenza onoraria dopo aver lasciato quella effettiva a un altro grande amico, Giuseppe Zamberletti.
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