Dramma lavoro per le giovani donne, non ce l'ha il 45%
Nadia Davini
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LUCCA. La disoccupazione è donna, soprattutto nella nostra provincia. Lucca, infatti, è la terza provincia toscana ad avere il tasso di disoccupazione femminile più alto, dopo Massa Carrara e Prato. E il quadro potrebbe peggiorare con i dati dell'Osservatorio sul lavoro definitivi del 2011 (in tabella il riferimento è al terzo trimestre 2010 e al primo trimestre 2011) e con i risultati del censimento. Il dato di fatto, tuttavia, è drammaticamente chiaro: in provincia di Lucca, per il primo trimestre di quest'anno, le disoccupate sono 11.512; il 15 per cento contro il 10,4 per cento degli uomini (nel terzo trimestre 2010, un anno fa, la disoccupazione femminile provinciale ammontava a 14,8%). Ma è nell'analisi dei tassi di disoccupazione per fascia di età che la crisi economica e la carenza, se non assenza, occupazionale mostrano tutta la loro spietatezza: le donne disoccupate nella fascia che va dai 15 ai 24 anni rappresentano il 45,5 per cento. Una cifra superiore a quella maschile (32,8 per cento) e alla media provinciale nel suo complesso (pari a 38,5 per cento). Ed è un dato che supera di gran lunga anche quello rilevato nel terzo trimestre del 2010 (31,5 per cento); calano, ma restano comunque più alti della media provinciale, i riferimenti percentuali per le fasce 25-44 e 45-74 anni: nel primo caso il tasso di disoccupazione femminile arriva a 15,3 per cento (contro il 13,4 complessivo di maschi e femmine provinciale), mentre nella seconda fascia al 10,2 per cento. «C'è un problema grosso - spiega Franca Cecchini, della segreteria generale Cgil Lucca - relativo alle donne che perdono lavoro in età adulta, trovandosi a 40 o a 50 anni disoccupate, con figli, difficilmente inseribili nel mondo del lavoro perchè troppo grandi o poco qualificate. Dal 2009 al 2011 ci sono 6mila disoccupati in più, tra uomini e donne: i dati tuttavia più inquietanti riguardano quella fascia di popolazione che, scoraggiata dalla crisi, rimanda la ricerca attiva del lavoro». Si chiamano "scoraggiati", sono quelli che non si iscrivono neanche ai centri per l'impiego, esclusi quindi dalle rilevazioni provinciali, e ammontano a ben 8.567 persone. «Una difficoltà della nostra provincia è legata alla formazione - continua Cecchini - che è rimandata totalmente alle agenzie private, senza che ci sia un lavoro di base efficace nelle scuole. Spesso le donne restano fuori dall'apprendistato perché maggiormente scolarizzate, trovandosi così più facilmente precarie o disoccupate. Resta comunque necessario aggiornare i corsi di formazione, che devono essere più funzionali a chi li fa». Inoltre", fa notare ancora, è totale la carenza di servizi per le donne che hanno figli e che vogliono lavorare. «Una situazione pesante - dice - anche nella nostra provincia che porta a scegliere lavori interènali, perchè maggiormente funzionali per le disponibilità di orario e di gestione della famiglia. E questo è un fatto scandaloso: l'occupazione delle donne è uno strumento di crescita e questo paese non può permettersi di escludere metà della nostra forza lavoro». Per capirlo basterebbe ricordare le stime promosse dalla Banca d'Italia: se il tasso di occupazione femminile raggiungesse il 60 per cento, previsto dagli obiettivi di Lisbona, il Pil crescerebbe del 7%.
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