Il presidio
Via i limiti di superficie per i nuovi locali
Alessandro Petrini
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Turisti che consumano un panino e sotto Roberto Isola, titolare di un negozio di delicatezze Parte la rivolta "liberale" dei negozi di vicinato contro il regolamento del commercio
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LUCCA. Il primo passo deve essere la riduzione dei limiti imposti oggi dal regolamento comunale sul commercio per aprire un nuovo bar o ristorante nel centro storico. Poi si deve abrogare l'articolo 17 del regolamento sul commercio sui limiti ai negozi di vicinato che vogliono far mangiare i clienti. Sono queste le richieste di una cinquantina di titolari di esercizi di vicinato del centro storico, pronti perfino a muovere guerra alle associazioni di categoria, se non verranno ascoltati. Per far capire che le intenzioni bellicose sono serie, questi commercianti nei giorni scorsi hanno messo nero su bianco le proprie richieste e le hanno inviate al sindaco, Mauro Favilla, nel tentativo di aprire una trattativa. Se la strada del dialogo non fosse possibile, però, i commercianti si dicono pronti a uno scontro frontale con l'amministrazione comunale. Per questa battaglia si affideranno agli avvocati, nel caso in cui non riuscissero a far rivisitare in chiave liberale le norme che oggi proteggono il settore della ristorazione all'interno delle Mura. Meno protezionismo e più apertura, dunque, chiedono i commercianti in modo da conciliare le esigenze di ristoranti, bar e negozi di vicinato. Nel mirino dei dissidenti ci sono le regole restrittive previste dal regolamento comunale sul commercio approvato nel gennaio 2009. Questo regolamento prevede una superficie minima di 165 metri quadrati a disposizione della somministrazione (la sala ristorante) per aprire un nuovo pubblico esercizio nel centro storico. A questa superficie, poi, ci si deve aggiungere quella per cucina, dispensa, bagni (per clienti e personale) e servizi vari, rendendo di fatto impossibile l'inaugurazione di locali. Inoltre, il regolamento all'articolo 17 vieta agli esercizi di vicinato la preparazione estemporanea dei cibi su richiesta, il servizio al tavolo e l'arredamento con sedie e tavoli. Questo regolamento, secondo i "dissidenti", è in contrasto con le più recenti normative nazionali ed europee: «Fino a pochi anni fa le licenze per la ristorazione in centro storico si vendevano a prezzi tra i 60 e i 100mila euro, per questo è normale che si sentisse l'esigenza di una regolamentazione restrittiva che mettesse un freno alla concorrenza selvaggia dei negozi di vicinato», ammettono Ermanno Succi della trattoria da Sergio, Giuseppe Riefolo di Pappamondo e Roberto Isola di Delicatezze che guidano la rivolta liberale dei commercianti. «In questi due anni e mezzo, però - aggiungono - il flusso turistico in città è aumentato del 35% mentre non sono stati aperti nuovi ristoranti. Questo vuol dire che c'è stato tutto il margine per rientrare dell'investimento fatto sulla licenza. In più è profondamente mutato anche il contesto normativo, a partire dalle direttive europee, per arrivare alla legge Bersani sulle liberalizzazioni e alle circolari del ministero dello sviluppo economico che si battono contro i limiti imposti dai Comuni al consumo sul posto dei prodotti di gastronomia». Così ieri i rappresentanti dei 50 firmatari hanno incontrato i vertici di Ascom per capire se è possibile formare un fronte comune e hanno fissato un nuovo appuntamento entro due settimane. Tutto con l'obiettivo di arrivare a una sintesi nel più breve tempo possibile. Intanto i dissidenti mantengono alta l'attenzione sulla commissione finanze in programma questa mattina nel quale sarà esaminata la proposta di un nuovo testo per l'articolo 17 del regolamento del commercio. «La prima occasione - dicono - per capire le reali intenzioni dell'amministrazione».
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