GLI STUDIOSI
Resti dei neonati, gli studiosi si ribellano il prof. Mallegni: mi candido a studiarli
Barbara Antoni
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LUCCA. «È sconcertante che i resti dei quattro neonati attribuibili al periodo romano, riaffiorati durante gli scavi (per il casello autostradale di Capannori) al Frizzone, siano custoditi in semplici casse». Gli studiosi si ribellano. Francesco Mallegni, professore ordinario di antropologia dell'Università di Pisa addirittura si candida, in prima persona e con la sua équipe «allo studio degli infanti del Frizzone, possedendo immodestamente - afferma - l'esperienza in materia, ma anche gli strumenti per realizzarlo presso i laboratori che dirigo nell'ateneo pisano o anche al museo di Archeologia e dell'Uomo di Viareggio, di cui sono stato nominato direttore». Mentre il professor Michelangelo Zecchini, archeologo, che diresse gli scavi e che con le proprie mani riuscì a estrarre dalla terra le ossa dei quattro bambini, è indignato, perché il recupero di questi resti è stato tenuto in second'ordine. «I "neonati" di Frizzone, così ben conservati, avrebbero potuto dare un contributo fondamentale alla conoscenza di un affascinante aspetto del nostro passato - dice Zecchini -. Sono passati quasi quattro anni da quanto i resti dei bambini furono ricoverati nel deposito Cavanis di Porcari, gestito dal funzionario di Sovrintendenza Giulio Ciampoltrini con la collaborazione della studentessa Consuelo Spataro. Il primo ha dichiarato che quelle esili ossa sono ancora lì e che non le ha fatte restaurare perché mancano i soldi. È vero: i soldi non ci sono più, ma è altrettanto vero che ci sono stati: la Fondazione Banca del Monte, a quanto mi risulta, ha elargito per il Frizzone circa ventimila euro. Evidentemente, si è preferito utilizzare quel finanziamento per altri interventi, fra i quali il restauro di vasellame. Dalle priorità sono rimasti esclusi i "morticini" per il cui consolidamento e la cui sicurezza sarebbe stata necessaria una somma di denaro, non più di mille euro, di gran lunga inferiore a quella usata per il restauro e il lavaggio dei "cocci". Mi domando perché si sia preferito dare a questi una corsia preferenziale, dato che presentano scarsi problemi di conservazione e siano state relegate in sott'ordine quelle fragilissime ossicine che, se non trattate tempestivamente e correttamente, corrono il rischio di morire per sempre». Il valore delle piccole ossa, infatti, è altissimo, come testimonia anche Mallegni. «Mai mi sono stancato di affermare - spiega il luminare - come gli scheletri umani rappresentino un "archivio biologico" capace di rilevare non solo il sesso e l'età della morte degli inumati ma anche la statura, i caratteri dell'ethnos a cui sono appartenuti e, attraverso il loro Dna residuale, le parentele, le malattie e anche il loro antico sembiante, tramite la ricostruzione fisiognomica partendo dal cranio. Si può risalire anche al tipo di alimentazione, attraverso ricerche allo spettrofotometro ad assorbimento atomico o lo spettrometro di massa degli elementi in traccia nelle ossa, che rappresentano guide alla paleonutrizione».
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