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Livorno, la magia di Vitulano all’Arena e quel 22 aprile entrato nel mito amaranto

di Fabrizio Pucci

	L'esultanza di Vitulano sotto la curva amaranto
L'esultanza di Vitulano sotto la curva amaranto

La squadra di Tarchisio Burgnich, 47 anni fa, si portò a casa il derby con il Pisa grazie al gol-simbolo di Miguel

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LIVORNO. Fine Anni Settanta. Sta per tramontare un decennio terribile per il nostro Paese. Il terrorismo ha insanguinato le strade, ha seminato lutti quasi quotidiani. Sono gli anni che hanno sancito la fine della grande, meravigliosa e lunga illusione del boom economico e portato in superficie le contraddizioni - anche ideologiche - del dopoguerra. Non c’è spazio per le mezze misure: destra o sinistra. Chi invece, nel piccolo pianeta calcio, vive nel grigiore della terra di nessuno è il Livorno per il quale il decennio è iniziato con la retrocessione in serie C (1972). Sono anni di malcelati e ambiziosi proclami di immediata risalita, puntualmente frustrati dal rettangolo di gioco. Nessuno è dotato di facoltà divinatorie... nessuno sa che per tornare in serie B serviranno 30 anni tondi, una cavalcata fantastica guidata da Osvaldo Jaconi e un gol (no: il gol) di Igor Protti a Treviso.

Anni bui

Che tempi, quelli. Il 1973 è l’anno della crisi energetica (sai che novità, vista la situazione attuale...), delle Fiat 128, delle targhe quadrate con caratteri bianchi su sfondo nero e il "LI" che sta per la sigla della nostra provincia. È l’anno dell’Austerity. Anche per il Livorno che non cava mai un ragno dal buco. E mai lo farà fino all’alba del nuovo millennio. Anzi. A dirla tutta le ambizioni - sbandierate ai quattro venti con fare un po’ smargiasso - si abbasseranno progressivamente. Prima, la promozione in B, poi la salvezza in C. Fino al 1978 i gironi di serie C erano 3, come adesso. Non c’erano fallimenti come oggi (no: non è vero, la società Amaranto nel 1973 fu la prima ad essere dichiarata insolvente e stabilì un imbattibile record nazionale), ma una sola promozione, la vittoria che valeva due punti e soprattutto le squadre Emiliane e Romagnole che dettavano legge. Quando il Modena, quando il Rimini, quando la Spal. Morale: nel periodo dei fruttini di marzapane, il Livorno era già fuori dal giro che contava, condannato al limbo dell’inutilità.

Le luci

La piazza, la tifoseria il cui amore per la maglia era direttamente proporzionale all’esasperazione per la mancanza di risultati, conosceva un solo modo per uscire dalle tenebre e gettare luce sulla stagione amaranto: vincere il derby con il Pisa. E quella - tutto sommato - è sempre stata un’impresa alla portata del Livorno. Il motivo? La storia, il blasone, la cazzimma con cui da sempre chi è baldo e fiero affronta la sfida con i cugini nerazzurri. Così, gli almanacchi del calcio raccontato di tanti successi del Livorno e di qualche vittoria del Pisa per la verità fuori pronostico.

Lo smacco

È la stagione 1978/79. Il Livorno guidato da Tarcisio Burgnich sta disputando la sua "millesima" stagione noiosa come un piovoso martedì di novembre. Il Pisa, invece (si capisce fin dall’inizio) si può divertire. Basti pensare che è l’anno 1 della gestione Anconetani. Gli Amaranto illustrano alla perfezione sé stessi - e fotografano con estrema nitidezza un campionato e un decennio inutile - con una lunga sequela di pareggi. Alla fine della stagione saranno 20 su 34 partite. Sono 7 nelle prime 8 giornate. Si subisce poco (difesa discreta guidata da Cappelman Cappelletti e con il futuro azzurro Tacconi in porta), ma si gode anche poco perché i gol arrivano con il contagocce. Quando pareggi tanto, però, se ne perdi qualcuna di troppo, rischi di finire nel girone dei sofferenti. E una di troppo il Livorno la perde. In casa: con il Pisa. Il 3 dicembre 1978. E dire che gli Amaranto neanche demeritano, ma i Nerazzurri segnano quando fa più male andare sotto (a 1’ dall’intervallo, con Barbana) e portano a casa i due punti. Da allora - sono passati 47 anni e mezzo, non è più uscito il segno 2 nel derby all’Ardenza.

L’icona amaranto

Fin qui non è ancora stato menzionato un Uomo (U maiuscola, ça va sans dire): Miguel Vitulano. L’attacco è asfittico e lui, la bandiera amaranto, segna poco, il più delle volte su rigore. Il campionato intanto prosegue. Burgnich trova la quadratura del cerchio e dopo essere precipitato nei bassifondi, il Livorno si risolleva. Da Febbraio ad Aprile 1979 non perde mai: 2 vittorie e 7 pareggi buoni per agganciare il centro della classifica, prima del derby di ritorno in programma per il 22 Aprile all’Arena Garibaldi da affrontare con lo smacchiatore in tasca per cancellare l’onta della partita di andata. I Neroazzurri - come ovvio - sono in cima e sentono il profumo della serie B anche se dopo la supersfida ci saranno altre 7 partite da giocare. Il Livorno si è portato quello che anni dopo il compianto Gianni Massone avrebbe definito lo stadio mobile. Uno stadio mobile ante litteram. La partita - come spesso accade nelle sfide di campanile - è equilibrata. Le differenze tecniche si elidono. Il Livorno gioca alla... livornese. Senza paura. A testa alta. Punzecchia, ma non trova il pertugio. Il Pisa fa la sua parte. Ha molto da perdere.

Il momento magico

Nel finale c’è la svolta. È destino che i gol storici del Livorno vengano segnati dai suoi uomini simbolo. Si diceva di quello di Protti e Treviso. Mettiamoci quello di Cristiano Lucarelli ad Auxerre. E poi il primo in B dopo 30 anni (a Verona) firmato da Igor. E quello in A dopo 55 di nuovo da Cristiano. Ecco. Sulla scorta di questa magia, riavvolgiamo il nastro ed è ovvio che non poteva che essere lui, Miguel Vitulano a rompere l’equilibrio all’Arena Garibaldi quel giorno. A 7’ dalla fine una sua conclusione dalla distanza mandò il pallone alle spalle di Walter Ciappi (italo argentino come il nostro bomber) scatenando la torcida amaranto sugli spalti. Onta cancellata, gerarchie ristabilite. Anconetani, furioso a tarda sera, licenzierà il tecnico Seghedoni e affiderà la panchina a Meciani. Sarà lui, un mese e mezzo dopo a portare il Pisa in B. Sarà Vitulano, invece, a rimanere per sempre nel cuore dei livornesi. Per quel gol, per l’esempio umano e di calciatore che ha sempre dato. Quel 22 aprile è tatuato sull’anima di ogni tifoso del Livorno. E anche dipinto su un vecchio striscione "Sez. 22 aprile". Sono passati 47 anni, oggi. E - per dirla con Guccini - perché ci "prende quest’assurda nostalgia". 
 

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