Italia
Il presidente onorario del Livorno Fernandez: «Esciua e tifosi, serve la pace»
Il presidente onorario lancia un messaggio al patron e alla curva: «Li inviterò tutti a casa mia, per il bene amaranto fate una tregua»
LIVORNO. C’è ancora domani. Certo che c’è. Però, come insegna l’adorabile Paola Cortellesi, bisogna saperselo costruire, nel nostro caso con un profondo e collettivo esame di coscienza. Non solo: occorre anche la capacità di fare tutti un passo indietro e mettersi alle spalle orgoglio e risentimenti. «Sì, esatto proprio così. Ora una tregua è troppo importante perché temo che le scintille tra tifoseria e presidenza inceneriscano il morale dei giocatori alla vigilia di partite determinanti...».
Un concetto che Enrico Fernandez, presidente onorario della Vecchia Unione, 88 anni ben portati (classe 1935 come i mitici Armando Picchi e Mauro Lessi), ripete come un mantra.
Imprenditore oleario di successo, questo autentico nume tutelare del Livorno vive in simbiosi con i colori amaranto da quando aveva 10 anni. «Mio padre Paolo ricostruì l’Unione Sportiva Livorno nel 1945, all’indomani della Seconda guerra mondiale, assieme a Nesti e Bellandi, poi nel ’47 arrivò la presidenza di Ricciotti Paggini e così via... Da quegli anni – continua – non c’è stato un giorno della mia vita senza un pensiero, un gesto, un incontro riferito alla squadra e alla società amaranto».
Ora il “pasticciaccio brutto”, per citare il romanzo di Gadda, ha tolto la serenità a quest’uomo che s’impegna affinché il Livorno torni nei professionisti. «Non so darmi pace – confida – perché non posso ancora camminare a causa della frattura al femore che mi sono procurato cadendo sulle scale della sede, nell’androne dello stadio, altrimenti avrei avuto modo di stare più vicino a Joel (ndr Esciua) e magari sarei stato capace di consigliarlo per una maggiore serenità. Comunque vorrei cercare una mediazione prima possibile. Come? Organizzerò un incontro tra Esciua e i rappresentanti dei ragazzi della Curva Nord. Vorrei riceverli a casa mia ma se non fosse possibile mi faccio trasportare in lettiga in sede allo stadio perché la pace deve essere firmata; i chiarimenti devono arrivare e ci dobbiamo concentrare tutti sulla nostra squadra che secondo me ce la può fare a rimettersi in scia alla capolista e a giocarsi la promozione da pari a pari con le altre pretendenti».
Il presidente onorario guarda indietro. «Momenti brutti ne ho vissuti tanti, ma una situazione così non so perché mi rimanda con i ricordi all’inizio degli Anni 80, dopo il fallimento del povero Corasco Martelli. Anni difficili ma ne venimmo a capo; assunsi la presidenza nel 1985 e nell’1987 vincemmo la Coppa Italia... Quella Coppa Italia che assieme a tutte le altre decine di trofei, medaglie e targhe con il Club Magnozzi abbiamo terminato di lucidare riportandole in società. Sinceramente pensavo che anche questo voler riproporre le tappe della nostra storia amaranto desse impulso allo sbocciare della società per cui ci impegneremo ancora di più».
Il presidente, prima di mettersi nelle mani di un fisioterapista, conclude: «Vorrei che il mio amico Esciua (ieri a Milano per una riunione d’affari, ndr) capisse meglio il nostro carattere irruento, la nostra passionalità e partecipazione e che tenesse contenuto il suo carattere battagliero dietro al quale ci sta tanta voglia di fare bene e riconquistare la serie C. Ai ragazzi della Curva una raccomandazione: per favore lasciate fuori dallo stadio questioni politiche e religiose che non dovrebbero entrare in un contesto sportivo. Siccome tutti vogliamo bene alla nostra cara vecchia Unione, facciamo un passo indietro e concentriamoci sulla squadra che ha bisogno di noi. Di tutti noi».
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