«È ora di fermare l’emorragia di giovani talenti verso Empoli e Fiorentina: il Livorno può farlo»
Sauro Brondi, direttore generale del Picchi, racconta Buglio: «Uno che ci mette il cuore, mi fece il vice a Viareggio»
«Ho fatto da chioccia a Francesco Buglio. Nella stagione 83-84 quando il Viareggio mi scelse come allenatore, nelle vesti di secondo mi fu affidato un ragazzo bravissimo come giocatore, ma che aveva dovuto, a malincuore, smettere per problemi al cuore. Si vedeva già che in prospettiva avrebbe fatto carriera come allenatore perché si applicava, si documentava, esprimeva le proprie idee. Si è sempre comportato in maniera leale e corretta». Inizia così, con una chicca, la chiacchierata con Sauro Brondi, bandiera del calcio livornese, direttore generale del Picchi che domenica darà vita al derby con il Livorno.
Le ha fatto piacere rivederlo sulla panchina amaranto?
«Sì, l’ho rivisto volentieri con grande piacere e affetto. Sta mettendo anima e corpo in quest’avventura. Le nostre strade a livello calcistico non si sono più incrociate, ma è rimasta la stima e l’affetto. In quel Viareggio c’erano anche due livornesi Ennio Pellegrini, un pezzo di storia della Fiorentina, Rinaldo “Riri” Bartolini e Marco Menichetti».
Lei si definisce un grande tifoso del Livorno, ma non ha mai indossato la maglia amaranto.
«A 10 anni, con un mio vicino di casa, andavo a vedere tutte le partite del Livorno allo stadio e in trasferta, non me ne perdevo una. Poi ho cominciato a giocare nell’Olimpia, nel Sorgenti e nel Campanile e quando mi si è presentata l’occasione, con l’allora responsabile del settore giovanile Dino Bonsanti che mi faceva una corte spietata, decisi di andare al Solvay. Società, a quei tempi, all’avanguardia come settore giovanile. Moltissimi ragazzi di Livorno hanno vestito la maglia biancoceleste. Sul treno, per andare all’allenamento, se ne potevano contare perlomeno una trentina. Bei tempi, abbiamo vinto per due anni consecutivi il titolo regionale allievi battendo squadre come la Fiorentina».
A proposito lei sa che il presidente Toccafondi ha affidato a Marco Braccini il compito di ricostruire il settore giovanile ripartendo come principio dal territorio senza farsi scappare i giovani talenti.
«Livorno ha un serbatoio importante di ragazzi. Uno dei problemi è stata – e lo è tutt’ora – l’emorragia di bimbi verso Empoli, Firenze e altre piazze. Bisogna fermarla. Il Livorno riparte da zero con convinzione e sono certo che riuscirà a lavorare bene. Il ragazzino deve ritrovare il desiderio e l’entusiasmo di vestire la maglia amaranto. Noi del Picchi in questo senso andremo a rimorchio».
Ventisette anni vissuti da dirigente del Picchi...
«Fin da primi passi per me è stato un orgoglio lavorare in questa società che porta il nome di un uomo e di un campione eccezionale. Cerco di onorarlo nella migliore maniera possibile. Ringrazio tutti i dirigenti e i collaboratori che mi hanno arricchito sul piano umano e calcistico, hanno un senso di presenza e appartenenza difficile da trovare. Abbiamo circa 250 ragazzi è un impegno sociale prima che calcistico. L’aspetto più importante è dare una formazione. Educazione e rispetto devono essere alla base per crescere, il pallone passa in seconda linea».
Lei ragazzino fu chiamato dal Solvay, passò alla Lucchese e poi al Torino.
«Mi vengono ancora i brividi a pensarci. Ci spogliavamo e ci allenavamo al Filadelfia. Ogni centimetro profumava del Grande Torino. Con la maglia granata vinsi il titolo di campione d’Italia Primavera insieme a Paolo Franzoni. In prima squadra c’era Aldo Agroppi. Pensi che io mi sposai il 4 maggio 1969 (con Gabriella, apprezzatissima chef, ndr) a venti anni esatti dalla tragedia di Superga. Poi ho cominciato a girare Prato, Lecco, Pontedera, Montecatini dove vinsi un campionato di serie D».
A Lecco fece un altro incontro importante...
«Sì. Per un anno ho giocato insieme a Osvaldo Jaconi uno dei protagonisti principali della storia del Livorno. Grandissimo giocatore, ottima mezzala sinistra. Con lui ho un rapporto eccezionale».
Poi dopo aver chiuso a Pescia con una promozione, l’avventura in panchina con subito due campionati consecutivi vinti con il Pontedera.
«Bellissimi ricordi, gruppo straordinario».
Ecco il gruppo. Rimane sempre l’arma vincente?
«Si è la base».
E secondo lei il Livorno ha queste caratteristiche?
«Il Livorno è la squadra più forte in assoluto. Ha un collettivo e delle individualità di primissimo ordine. Se è primo vuol dire che ha dei valori importanti. L’Eccellenza è un campionato difficile dove devi affrontare giocatori di categoria, adattarsi al gioco e ai campi. Sono convintissimo che vincerà il campionato. Deve ritornare il prima possibile nelle categorie che gli competono».
Domenica il derby: che tipo di partita si aspetta?
«Deve essere prima di tutto una bella giornata di sport sotto tutti gli aspetti. Siamo una squadra giovane, costruita per il futuribile, e tanti saranno animati dalla soddisfazione di entrare in uno stadio vero. Noi giocheremo la nostra partita, ma siamo consapevoli di affrontare una formazione nettamente superiore. Il nostro campionato è con le altre squadre. Mi faccia ringraziare l’amministrazione comunale nella persona del sindaco Luca Salvetti che ci ha permesso all’andata di giocare all’Armando Picchi motivo di orgoglio e di soddisfazione».
Mentre ci salutiamo, Sauro ci blocca: «Siamo tutti amaranto. L’augurio è il Livorno in serie D e il Picchi salvo».
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