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Doga sa come si fa «Il gol a Pisa, il boato e l’abbraccio a Protti Ora tocca a voi»
17 febbraio 2002: nell’ultimo derby giocato con entrambe le tifoserie il Livorno si impose 3–1 e il terzino segnò la prima rete amaranto
L’INTERVISTA
Il conto alla rovescia è agli sgoccioli. Domani è di nuovo Pisa-Livorno. Grandi assenti annunciate le due tifoserie tenuta a casa dall'emergenza sanitaria. L'ultimo derby vero all'Arena Garibaldi porta la data del 17 febbraio 2002. Vinse il Livorno 3-1 e Alessandro Doga aprì le marcature: «Ho giocato quattro volte il derby - dice l'ex terzino amaranto - e ho sempre vinto. Quel 3-1 però è rimasto nel mio cuore. Loro pareggiarono al termine di una bellissima azione, ma poi Melara e Igor Protti rimisero le cose a posto».
Ce lo racconta quel gol?
«Piovani recupera palla al limiti della loro area di rigore. Mi inserisco nell'unico spazio libero. Quando ricevo vengo aggredito da due o tre giocatori, ma riesco a calciare. Non è esattamente un fucilata, ma il portiere, coperto dai suoi stessi difensori in pressione su di me, non vede partire la palla che finisce in porta».
E...?
«E per me fu un'emozione pazzesca. Andai ad abbracciare il primo che mi capitò a tiro: Igor Protti. In un attimo vidi la curva del Pisa ferma immobile e sentii alle mie spalle un boato incredibile dei nostri tifosi. A volte sui social vado a rivedere l'azione, ma senza nostalgia e solo per il piacere che può dare un bel ricordo. Posso aggiungere una cosa?».
Certo...
«Un boato così l'avevo sentito solo quando ero tifosi della Samp. Nel 1991/92 in un derby Branco segnò il gol partita per il Genoa su punizione e il ruggito dei tifosi rossoblù mi impressionò».
Lo sa che il Livorno non vince a Pisa da quel 17 febbraio 2002?
«No. Spero che i ragazzi dopo quello del Chievo riescano a infrangere anche questo tabù».
Ne hanno la possiblità nonostante la classifica?
«Nei derby non c'è nulla di scontato. Men che meno in questo che sarà disputato fisiologicamente su toni più bassi data l'assenza del pubblico. L'aspetto agonistico forse può lasciare spazio a quello tecnico e mentale. Il Pisa ha qualche difficoltà psicologica in più perché ha perso al Crotone e soprattutto perché ha tutto da perdere. Il tifoso medio nerazzurro guarda la classifica e pensa che il Pisa deve vincere per forza. Questo mette pressione alla squadra, Il Livorno invece gioca tranquillo».
Ha già accennato all'assenza del pubblico. Quanto pesa?
«Tantissimo. Non è un vero derby perché viene privato del fattore più importante, quello che lo lega alla passione e non lo fa essere soltanto un gioco».
Su quale giocatore amaranto punterebbe?
«Senza dubbio su Franco Ferrari. Lui ha dato alla squadra quelle certezze che non ha mai avuto. Lui è un giocatore di grande utilità e umiltà tattica. Permette agli esterni bravi come Marras e Marsura, ma pure a centrocampisti che accompagnano l'azione come Agazzi, di giocare venti metri più avanti e questo è fondamentale. E poi vede la porta come l'ha sempre vista anche quando giocava in D nel Montecatini. L'unica cosa negativa è che adesso per lui è svanito l'effetto sorpresa. Ora tutti lo aspettano, ma Franco è davvero un buon giocatore».
Ce lo svela un retroscena dei suoi derby?
«Il pensiero va alla partita sospesa per il lancio dei seggiolini, quello del marzo 2001. Io giocavo proprio sulla fascia sinistra dova stavano piovendo di tutto dagli spalti e mio avversario diretto era l'ala destra loro, Massaro. Entrambi, vista la brutta parata, giocavamo cinque metri dentro il campo, non proprio sulla fascia. La linea laterale, però non la poteva abbandonare il guardalinee. Non potrò mai dimenticare il suo sguardo terrorizzato. Fu decisivo Andrea Ivan che parò il rigore del pareggio a Costanzo dopo la prima sospensione. Sottolineo: quel rigore non lo sbagliò Costanzo: lo parò Andrea».
Lei aveva un rito propiziatorio prederby?
«Io nella gestione del prepartita ero un disastro. Se oggi, all'età di 45 anni, potessi parlare col Doga di 20 anni fa gli direi: "Datti una calmata". Bruciavo troppe energie nervose e questo talvolta mi impediva di esprimermi al meglio. Detto questo, però, quelli sono stati i migliori anni della mia carriera». —
Fabrizio Pucci
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