Il Tirreno

Livorno

 

L’incredibile potere della piccola schedina. Quel rito domenicale che unificò il Paese

Bruno Pizzul
Bruno Pizzul e la schedina del primo concorso Totocalcio
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Bruno Pizzul e la schedina del primo concorso Totocalcio

Il ricordo di Bruno Pizzul. Il tramonto del Totocalcio era nelle cose da qualche anno. E noi telecronisti maledetti dai giocatori: non ci prendevamo mai...

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Forse non c’era bisogno di un’abrogazione formale, la vecchia cara schedina del totocalcio aveva ormai da tempo cessato di esercitare ogni capacità di attrazione popolare, ma ora ne viene decretata in modo ufficiale la fine con un emendamento sulla legge di stabilità al Senato.

Verrà sostituita con un altro concorso sul calcio, ancora da definire, promosso da Sport e Salute il nuovo organismo governativo che gestirà il sistema sportivo italiano riducendo le competenze del Coni. In effetti si era venuto perdendo progressivamente il fascino della schedina, domenicale fabbrica dei sogni degli italiani, scandita sulla passione per il calcio, per tanti anni autentico rito nazionale capace di unificare idealmente il popolo dei tifosi, ma con robusto coinvolgimento anche di tanta gente non appassionata e catturata dalla sempiterna caccia al bacio della fortuna.

Inventata dal giornalista triestino Massimo Della Pergola, che ne aveva curato la nascita in Svizzera, dove, ebreo, aveva dovuto rifugiarsi, ebbe il suo battesimo in Italia nell’immediato dopoguerra e con quel magico giochino dell’1 -X-2 stregò letteralmente gli italiani per tanti anni. La popolarità della schedina, inizialmente chiamata da tutti Sisal, consentì all’Italia di darsi un’organizzazione sportiva invidiata dai Paesi, anche quelli più avanzati, di tutto il mondo.

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Infatti la grande massa di denaro delle giocate veniva destinata per un terzo al monte premi, un altro terzo all’erario, e l’ altro ancora al Coni che poi lo distribuiva alle varie federazioni e lo utilizzava per la promozione e sviluppo dello sport. Il racconto domenicale del calcio era cadenzato anche dalle attesissime informazioni sui risultati delle gare inserite nella schedina e, quando ci toccava enunciarli alla radio o in tv, dovevamo sempre aggiungere al punteggio il segno utile per la schedina, essendoci, si sapeva, una certa percentuale di giocatori ai quali risultava ostico capire che l’1 valeva per la vittoria in casa, la misteriosa X per il pareggio e il 2 per il successo della squadra in trasferta.

Qualche volta ci veniva anche affidato il compito di compilare per gioco la schedina alla vigilia, ma ben presto si capì che non era il caso, visto che poi piovevano gli insulti da quanti avevano copiato i segni indicati da quegli espertoni dei giornalisti senza naturalmente mai azzeccare e nemmeno avvicinarsi al fatidico tredici.

Era comunque una faccenda che funzionava bene e che cominciò ad avere rapido declino quando le partite persero la contemporaneità di gioco: il campionato spezzatino implicava l’impossibilità di partecipare a quello stimolante e unificante rito popolare della domenica e se ne perse ben presto il piacere.

Per di più lo Stato aveva scoperto una propria vocazione particolare a diventare biscazziere ed ecco fiorire mille altri concorsi e giochi, i gratta e vinci, le macchinette mangiasoldi, il mega richiamo dell’Enalotto e via dicendo.

Fatto sta che questo accantonamento ufficiale del totocalcio non giunge affatto inatteso, quell’antica fabbrica di sogni aveva già da tempo esaurito la sua ragion d’essere. Ciò tuttavia non toglie che susciti qualche scampolo di nostalgia il ricordo di che cosa rappresentava la schedina, anche perché in qualche modo rifletteva la straordinaria capacità del calcio di far funzionare le cose per benino e in orario.

Dalla serie A alla terza categoria, da Bolzano fino a Trapani, ogni domenica tutti assieme appassionatamente. Da non credere in un Paese come l’Italia. I patiti della scommessa comunque hanno mille altri modi di sfogare ancora la propria passione anche nel calcio, ma di quella vecchia, rassicurante schedina coltiviamo un inevitabile ricordo nostalgico. E non è il solo .

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