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Ahi, è malato anche il prato dello stadio Picchi
Livorno, venerdì 15 giugno visita dell’agronomo della Lega: servono interventi per stare nei parametri
LIVORNO. Il manto erboso del Picchi, come stà? Il check up lo ha fatto nella mattina di venerdì 15 giugno direttamente allo stadio, Giovanni Castelli, agronomo di punta della Lega Calcio, responsabile per i campi di serie A e B e membro della commissione impianti della Lega Nazionale Professionisti. Diciamolo subito, il campo è malato, ma con alte possibilità di mettersi in linea con gli standard minimi per rispondere ai canoni richiesti. E quando tutto questo sarà possibile? In seguito alle operazioni che saranno fatte da qui a settembre-ottobre, mirate a migliorare le condizioni generali, grazie all’aggiunta di potassio, magnesio, zinco, elementi da distribuire nei periodi di alto stress idrico e termico. Ma anche eliminando le graminacee che, nel periodo caldo stanno prevalendo su quelle invernali e selezionate. Un lavoro enorme di ripristino, per avere una superficie che si offra adatta al gioco del calcio, insomma.
Il campo, durante la ricognizione è risultato sofferente in seguito agli ultimi eventi che sono stati organizzati al Picchi dopo la fine del campionato, uno stress vegetativo che continuerà affrontando un altro paio di manifestazioni che si consumeranno all’Ardenza. Non è il massimo, visto che questo sarebbe il periodo in cui dovrebbe restare assolutamente a riposo. Ma è anche vero che il comune, proprietario dell’impianto, non si può dimenticare della funzione pubblica che lo stadio deve avere.
Diciamo allora che a fine mese, il campo potrà godersi finalmente un po’ di vacanza, assistito dallo staff dei giardinieri, guidato dal tecnico Stefano Lepri, e cominciare la lotta contro il tempo per provare ad essere almeno presentabile con l’inizio della Coppa Italia.
Non sarà facile, perché la natura non si può forzare. La scheda riempita da Castelli, non si dimostrerà atro che una sorta di copia ed incolla di ciò che fu già redatto nell’ultimo campionato nella categoria cadetta. Due anni fa. Il campo è stato completamente rifatto nel ‘99, un tempo biblico pensando che mediamente un tappeto verde che stia al top ha una vita di cinque anni. Da qualche tempo, non solo il problema è rappresentato dall’erba, ma pure da ciò che stà sotto. Il campo è duro, assai oltre i parametri ottimali.
Il misuratore usato è “l’impattometro”, uno strumento inventato in Inghilterra, che a vederlo sembra una pompa di quelle con le quali si gonfia una bici. In realtà, si tratta di un cilindro che cade a peso morto sul terreno e ne misura in tempo reale la durezza. All’interno delle aree di rigore è arrivato a segnare 143, quando invece l’ottimale ha una forbice che varia da 65 a 85. Stessa musica, lungo tutta la dorsale. Un po’ meglio lungo le fasce, solitamente meno affollate durante un match di football.
Il rimedio, sarebbe uno solo: rifare tutto nuovo. Togliere terra per uno spessore che va dai 5 ai 30 centimetri, verificare lo stato a quello strato o, altrimenti, andare ancora più giù di venti centimetri, interessando pure la zona del drenaggio. I costi? Non meno di 200 mila e fino a 300 mila euro, visto che pensare eventualmente di rifare solo il pellicciamento, significherebbe gettare soldi dalla finestra. Perché poi, anche il sistema di irrigazione è ormai datato e non più al passo con i sistemi attuali.
Quello di Livorno è uno dei tre campi fra i 42 di A e B gestiti dall’amministrazione. Gli altri, sono quelli di Firenze e Pescara. Per tutto il resto, o si tratta di impianti privati, oppure dove il terreno di gioco è direttamente gestito dalla società di calcio che ne fruisce. «Una situazione un po’ anomala - ha detto Castelli - perché sappiamo bene che un comune talvolta, usando denaro pubblico, deve fare delle scelte ed è certamente più importante pensare agli asili che non ad un campo di pallone. Detto questo, sappiamo che a Livorno, nonostante certe criticità, si è sempre riusciti a rimediare in maniera accettabile e confido si raggiunga l’obiettivo anche questa volta».
L’agronomo della Lega, ha ricordato pure il concorso da tre anni istituito per dare stimoli alle squadre del campionato di B ad avere un campo sempre migliore: premiare i primi tre a fine campionato, con un assegno che si avvicina ai 100 mila euro per chi vince, 70 mila per il secondo, 50 mila per il terzo. A pagare, sono le tre società giudicate fanalino di coda. In questo modo, nessuno ha interesse ad avere un manto pessimo. Il motivo vero è che essendo il calcio equiparato ad uno spettacolo, le televisioni, che pagano i diritti, pretendono che l’erba scoppi di salute per rendere un bell’efetto ottico e che il fondo non metta a rischio infortunio i giocatori. Livorno, nell’ultimo campionato cadetto, alla prima edizione di questo speciale concorso cioè, arrivò quarto, superato sul filo di lana da Bari. Quest’anno lo scettro del miglior campo è andato al Pescara. Campo gestito dall’omonimo comune. La tappa labronica è stata la prima fra quelle delle squadre neopromosse. Sono stati visti nel frattempo tutti gli altri campi, che hanno ottenuto valutazioni superiori al nostro. Ma c’è ancora tempo e a metà luglio, Castelli tornerà a verificare. «Riscontrerò meno problemi, ne sono sicuro».
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