Il Tirreno

Livorno

Comanda il Dio denaro

di STEFANO FIORI
Comanda il Dio denaro

Il business sta uccidendo la passione, parola di Moser

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Non capita tutti i giorni di intervistare un Francesco Moser brillante e senza peli sulla lingua come è capitato in una neanche tanto fresca serata a Cutigliano, sulla Montagna Pistoiese, in occasione della terza edizione della rassegna culturale Letterappenninica. L’evento quest’anno aveva come titolo “Il Cerchio” e per il sempre popolarissimo campione di Palù di Giovo si è trattato di un argomento facilmente collegabile alla sua memorabile carriera ciclistica. In una piazza centrale gremita di pubblico, Francesco Moser, i non si è sottratto al fuoco di fila di domande che lo hanno visto quale protagonista assoluto.

Meglio il suo ciclismo o quello attuale?

«Si dice sempre che delle epoche diverse non sono comparabili ed è un’affermazione in parte condivisibile; tuttavia i primattori di questo sport che ancora tengo nel mio cuore stanno mettendocela tutta per far calare la passione della gente».

Come mai?

«Spettacoli come abbiamo seguito quest’anno al Tour o al Giro risultano noiosi, si ha come l’impressione che si conosca già chi riuscirà a vincere. Inoltre affrontare le salite e la pianura con una squadra che marcia a velocità pazzesche, impedendo ogni tipo di azione d’attacco, è mortificante per chi vorrebbe dare battaglia. Poi ci sono quelle maledette radioline, che hanno tolto ogni improvvisazione, quelle iniziative spesso scriteriate che erano il sale del ciclismo».

Come ai suoi tempi? Allora la tecnologia era meno invasiva

«Sì, diciamolo pure. Io ero sempre pronto a dare battaglia, magari anche sbagliando i tempi e talora rimediando qualche sconfitta bruciante, ma il mio temperamento era quello: non facevo sconti né a me e nemmeno ai miei avversari. Oggi si ha l’impressione che certi corridori, anche di nome, abbiano paura di prendersi delle responsabilità e di rischiare brutte figure attaccando. Direi che si tratta di scarsa fiducia in se stessi e nei propri mezzi».

Torniamo al discorso delle medie troppo alte. Al Tour di quest’anno la media oraria finale è risultata stratosferica.

«Le alte velocità e le alte medie sono la morte del ciclismo. Oggi evadere dal gruppo è pressoché impossibile, una volta i distacchi si contavano a minuti, ora siamo arrivati ai secondi e, nelle crono, addirittura ai centesimi. Le velocità eccezionali uccidono l’aspetto spettacolare del ciclismo perché anche se vai forte ti è più facile ed utile stare a ruota. Ai miei tempi se sbagliavi, potevi avere il tempo di rimediare, oggi no, se sbagli hai perso definitivamente».

Così la squadra è diventata la regina di uno sport considerato individuale come il ciclismo?

«Avere una squadra forte è sempre stato importante. Alla Parigi-Roubaix: se avessi avuto a disposizione una squadra come la Mapei avrei vinto tredici volte invece di tre soltanto. Comunque oggi una formazione come il Team Sky, specialmente al Tour de France marca una supremazia troppo netta e tale da procurare agli appassionati uno spettacolo scontato e noioso».

Perché i giovani, almeno in Italia, sembrano allontanarsi dal ciclismo?

«Nelle categorie minori ci sarebbe il ricambio, ma il problema si presenta quando i ragazzi cominciano a gareggiare tra gli Juniores e i Dilettanti. Categorie nelle quali si inizia a capire quale potrebbe essere il futuro ed è a quel punto che in molti abbandonano l’attività, forse scoraggiati dai sacrifici che devono sostenere. Io avevo come alternativa quella di diventare un contadino e sapevo che la fatica a lavorare nei campi era tanta, così scelsi il ciclismo anche se poi, a carriera conclusa, sono tornato all’agricoltura e al vitivinicolo».

Qualcuno sostiene che iniziare a praticare il ciclismo troppo presto sia negativo, lei cosa ne pensa?

«Può esserci un fondamento, se ripenso al fatto che io ho iniziato ad andare in bici a 18 anni. Tutti mi dicevano che ero troppo vecchio per dedicarmi a questo sport, ma io ho continuato e i risultati sono arrivati quasi subito. Del resto vengo da una famiglia in cui la bici è di casa e nella quale abbiamo avuto ben 8 ciclisti, alcuni dei quali sono arrivati fino al professionismo».

Il problema traffico? Qual è la sua opinione?

«Terribile e forse insormontabile. Le tante tragedie, ultima quella di Michele Scarponi, non hanno insegnato niente a chi di dovere, purtroppo».

Torniamo alle corse: le piace il World Tour?

«Così com’è strutturato mi pare che prevalgano soprattutto gli interessi economici dell’Uci. Non vedo altra utilità che non quella economica di andare a gareggiare in certi Paesi, specialmente mediorientali in cui il ciclismo non interessa affatto, come si può giudicare dallo scarsissimo afflusso di spettatori».

E il Tour e il Giro?

«Per limitare il predominio di certi squadroni basterebbe diminuire il numero degli atleti partecipanti a queste corse. Da 200 si può tornare fino a 140, ma ai tempi di Coppi e Bartali partivano in 100 e sicuramente la gente si divertiva di più, assistendo a delle azioni d’attacco spettacolari che oggigiorno sono purtroppo cadute nel dimenticatoio.

Le 287 vittorie ottenute da professionista la pongono al terzo posto assoluto nella classifica dei ciclisti plurivittoriosi di tutti i tempi, alle spalle di Eddy Merckx e di Rik Van Looy, entrambi belgi: che effetto le fa questo dato statistico?

«Mi sento orgoglioso per quanto ho ottenuto durante la mia carriera ciclistica. Poi non è poco avere avuto la soddisfazione di sconfiggere il “Cannibale” Eddy Meckx proprio a casa sua nel cronoprologo di Charleroi, in Belgio, al Tour de France 1975. Fu una soddisfazione immensa battere Eddy davanti ai suoi tifosi, e così conquistai la maglia gialla. Quella maglia gialla che mi portarono sul podio e che all’inizio rifiutai perché sulla schiena c’era scritto Molteni, la squadra per la quale correva Eddy Merckx. Pensate, i belgi erano così sicuri che Merckx avrebbe trionfato nel cronoprologo che avevano addirittura già preparato la maglia di leader personalizzata per lui. Per il pubblico, per gli organizzatori e per Merckx fu uno smacco epocale».



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