«Lo scudetto era nostro l’Enichem era la più forte»
di GIULIO CORSI
I ricordi dell’ex moschettiere della Libertas: «La ferita dell’89 è ancora aperta che duelli contro Addison ma i derby con la PL li vincevamo quasi tutti noi...»
7 MINUTI DI LETTURA
Pronto, sono Alberto Tonut: ho visto una chiamata dallo 0586 e ho telefonato subito. Quando Livorno chiama…».
Allora Tonut, finalmente ha festeggiato uno scudetto…
«Sono doppiamente felice per mio figlio, perché ogni lasciata è persa. L’ho imparato sulla mia pelle. Nonostante i miei ex compagni Fantozzi, Carera e Forti scherzando vadano in giro a dire che il tricolore l’abbiamo vinto, e certe volte lo faccio anch’io perché ce lo sentiamo nostro, la verità è che poi di noi quattro moschettieri solamente Flavio è riuscito a vincere uno scudetto vero, lui e Alberto Bucci. Mentre io, Forti e Fantozzi siamo rimasti a bocca asciutta…».
Adesso però il tricolore della Reyer Venezia con Stefano Tonut protagonista, un po’ la risarcisce…
«Diciamo che è una parziale soddisfazione, ma per me vale tantissimo, un figlio che vince lo scudetto a 23 anni è fantastico: l’ho goduto come fosse mio».
In quell’abbraccio a metà campo tra di voi si leggevano emozioni indescrivibili…
«Sono andato ad abbracciarlo perché so quanto ci teneva, così come so quanto ci teneva Walter (De Raffaele, ndr) che probabilmente è l’artefice principale di questo successo: lui che nell’89 era il settimo uomo di una squadra fantastica, si è tolto il peso di vincere uno scudetto “leggermente” importante, visto che è entrato nella storia della Reyer e del basket italiano».
La ferita di quel 27 maggio 1989 sembra ancora aperta…
«Probabilmente lo è: l’Enichem meritava il titolo quell’anno. Noi avevamo giocato la pallacanestro più bella, noi insieme alla Scavolini Pesaro che sappiamo tutti com’è uscita, di certo non sconfitta sul campo…».
Quel finale continua a far discutere anche dopo 28 anni…
«In gara-cinque di finale playoff siamo riusciti a fare un contropiede negli ultimi tre secondi e mezzo, con canestro realizzato e fallo subìto, ma la decisione di annullarlo non è stata di un cronometro, di un istant-replay, tecnologie che sono arrivate dopo. È stata presa da un uomo, un arbitro, che ha visto quello che ha visto, condizionato o meno dalla grande Milano degli anni Ottanta: questo non si può negare».
Dice che a parti inverse sarebbe finita diversamente?
«Se quella partita si fosse giocata al PalaTrussardi e al posto di Forti avesse segnato Premier, posso assicurare che lo scudetto sarebbe stato dato alla Philips, con facilità».
Anche recentemente Flavio Tranquillo ha provato a risolvere il rebus del canestro di Forti cercando di dimostrare che era fuori tempo massimo...
«A Sky possono fare tutti i servizi che vogliono, non mi interessa: la tecnologia allora non c’era, ha deciso un uomo, ha deciso quello che lui si sentiva, anche in buona fede. Ma era troppo facile decidere nei confronti di quattro ragazzini e due americani sconosciuti rispetto alla grande Milano dei campioni».
E da lì è iniziato il declino del basket livornese...
«Sono d’accordo: ricordo che a fine partita entrai nello spogliatoio della Philips per scambiare la maglia con McAdoo, contro cui avevo giocato uno contro uno per tutta la serie finale, e gli italiani, a partire da Roberto Premier, mi dissero: chissà quante altre finali giocherete... In realtà non è accaduto più, da quel momento il ciclo è finito. Ecco perché a mio figlio dico che ogni lasciata è persa e che bisogna cogliere l’attimo, soprattutto nello sport...».
Con Stefano, che è nato a Cantù 4 anni dopo quella stagione, avete mai rivisto le partite della sua Libertas e la finale?
«Anche se non avesse voluto, quella finale l’ha vissuta anche lui, con tutti i filmati che ci sono, le trasmissioni, le discussioni ancora accese. Lui la conosce bene, e ora che sa cosa significa festeggiare uno scudetto in spogliatoio, può ancor di più immaginare cosa possa significare sentirsi dire dopo venti minuti di feste e una città impazzita che era soltanto uno scherzo».
Una cosa è certa: di quella finale si continua ancora a parlare. Se non fosse finita così non avrebbe avuto tutta questa eco…
«Non è un caso che dall’anno dopo furono messi i centesimi di secondi sui tabelloni. Quella partita ha fatto storia, ha fatto cambiare i regolamenti».
Quanto è diverso Stefano Tonut da Alberto?
«E’ più piccolo, è un esterno, io invece giocavo sia dentro che fuori dall’area».
Tra voi chi è più forte?
«Lui. Anche perché il basket è cambiato: in palestra non vai più a scontrarti coi ragazzi del settore giovanile, vai in campo e trovi gli americani. Oggi in serie A ci sono 12 giocatori di grande livello. Noi avevamo De Raffaele, Pietrini, che erano giovani. Alla Reyer l’undicesimo si chiama McGee o Viggiano, stiamo parlando di un americano pagato molto bene o di gente che ha fatto la nazionale».
Se lo ricorda il tuffo di McAdoo mentre lei stava andando a schiacciare?
«Eccome. A parte che la palla restò a noi, ma quel gesto simboleggiò una partita: il giocatore più forte e più anziano di Milano - uno che ancora nell’Nba viene ricordato - che si tuffa per recuperare un pallone».
Cosa ricorda di quegli anni?
«Il clima di Livorno prima di tutto: fantastico, un posto dove si sta bene tutto l’anno. E poi come ho saputo integrarmi in quel gruppo di amici, che ancora vedo ogni estate».
Torna spesso?
«Sempre, un tuffo a Tirrenia da Fantozzi e Carera lo faccio ogni anno. Due anni fa ci siamo trovati per festeggiare i 25 anni dalla finale. C’erano anche Bucci e Vasco Suggi, tutti i dirigenti. E’ stata un’emozione, era un gruppo unito, lo è rimasto».
A chi è venuta l’idea?
«Ad Andrea Forti. Ma tutti c’abbiamo messo del nostro, io da Trieste ho portato le maglie con lo scudetto e la scritta Campioni d’Italia… Sono dimostrazioni del fatto che il basket è uno sport di squadra e unisce».
Parla con la voce emozionata…
«Sì, perché ancora adesso, quando vedo Forti, Fantozzi e Carera mi emoziono: perché mi ricordo non la finale scudetto, ma i viaggi in pullman, le partite a carte, gli alberghi, i ritiri a Brunico, gli insegnamenti di Bucci, il primo anno con Giancarlo Primo, un maestro».
E gli americani?
«Io ero molto legato a Joe Binion, era diventato un amico fraterno, anche negli anni successivi in cui vinse lo scudetto con la Virtus, ma ultimamente ci siamo persi. Alexis l’ho rivisto al derby amarcord qualche anno fa. E poi ho un ricordo unico di Kevin e Abdul».
La rivalità con la PL le fa ancora effetto?
«L’abbiamo sempre vissuta bene: tutto sommato sapevamo di essere più forti, certo avevamo tutto da perdere contro di loro, ma di partite perse ne ricordo veramente poche. Li abbiamo vinti quasi tutti noi…».
Troppo facile dire che il derby più bello fu quello del più 39?
«Forse è il più facile da ricordare, anche perché le scritte del “grande freddo” hanno tappezzato per anni la città e immagino ci siano ancora da qualche parte in giro per Livorno. Però ricordo che nei derby io avevo i miei grossi problemi perché dovevo beccarmi Addison, che era proprio bravo».
Ha ripassato di recente la storia o ha la memoria buona?
«In realtà ho ancora tutte le pagine dei giornali conservate, mia mamma ogni lunedì mi metteva da parte il Tirreno. Ma non ho bisogno di rileggerli, ricordo tutto come fosse ieri».
Sa che per i livornesi questi trent’anni sembrano non essere passati mai?
«L’ho scoperto sulla mia pelle: quando torno la gente mi ferma, mi parla della finale, dei derby, mi chiede di quella partita, mi abbraccia come se fossimo negli anni Ottanta. Per me ogni volta è un’emozione: anche perché sono legato a Livorno in modo indissolubile, ho passato da voi sette anni fantastici e mia figlia è nata lì nel 1990».
Nel basket multinazionale degli anni Novanta e Duemila c’è più stato un gruppo di italiani così forte com’eravate voi 4?
«Non lo so, so che quel gruppo è diventato così forte perché il progetto della famiglia Boris e D’Alesio iniziato nell’84 era quello che i quattro moschettieri crescessero assieme, e Tonut Fantozzi Carera e Forti lo hanno fatto: in cinque anni si va in finale, ci fu detto nel 1984. E’ accaduto. L’anno in cui abbiamo trovato gli americani giusti siamo arrivati in fondo».
Lasciò Livorno per Cantù l’estate della fusione. Come ha vissuto quella folle idea di unire LL e PL?
«L’ho vissuta male, perché sono convinto che Livorno fosse una piazza che poteva avere una continuità, il dispiacere per come’è finita è enorme. Mi sembra che la storia c’insegni che le fusioni difficilmente portano qualcosa di buono».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Allora Tonut, finalmente ha festeggiato uno scudetto…
«Sono doppiamente felice per mio figlio, perché ogni lasciata è persa. L’ho imparato sulla mia pelle. Nonostante i miei ex compagni Fantozzi, Carera e Forti scherzando vadano in giro a dire che il tricolore l’abbiamo vinto, e certe volte lo faccio anch’io perché ce lo sentiamo nostro, la verità è che poi di noi quattro moschettieri solamente Flavio è riuscito a vincere uno scudetto vero, lui e Alberto Bucci. Mentre io, Forti e Fantozzi siamo rimasti a bocca asciutta…».
Adesso però il tricolore della Reyer Venezia con Stefano Tonut protagonista, un po’ la risarcisce…
«Diciamo che è una parziale soddisfazione, ma per me vale tantissimo, un figlio che vince lo scudetto a 23 anni è fantastico: l’ho goduto come fosse mio».
In quell’abbraccio a metà campo tra di voi si leggevano emozioni indescrivibili…
«Sono andato ad abbracciarlo perché so quanto ci teneva, così come so quanto ci teneva Walter (De Raffaele, ndr) che probabilmente è l’artefice principale di questo successo: lui che nell’89 era il settimo uomo di una squadra fantastica, si è tolto il peso di vincere uno scudetto “leggermente” importante, visto che è entrato nella storia della Reyer e del basket italiano».
La ferita di quel 27 maggio 1989 sembra ancora aperta…
«Probabilmente lo è: l’Enichem meritava il titolo quell’anno. Noi avevamo giocato la pallacanestro più bella, noi insieme alla Scavolini Pesaro che sappiamo tutti com’è uscita, di certo non sconfitta sul campo…».
Quel finale continua a far discutere anche dopo 28 anni…
«In gara-cinque di finale playoff siamo riusciti a fare un contropiede negli ultimi tre secondi e mezzo, con canestro realizzato e fallo subìto, ma la decisione di annullarlo non è stata di un cronometro, di un istant-replay, tecnologie che sono arrivate dopo. È stata presa da un uomo, un arbitro, che ha visto quello che ha visto, condizionato o meno dalla grande Milano degli anni Ottanta: questo non si può negare».
Dice che a parti inverse sarebbe finita diversamente?
«Se quella partita si fosse giocata al PalaTrussardi e al posto di Forti avesse segnato Premier, posso assicurare che lo scudetto sarebbe stato dato alla Philips, con facilità».
Anche recentemente Flavio Tranquillo ha provato a risolvere il rebus del canestro di Forti cercando di dimostrare che era fuori tempo massimo...
«A Sky possono fare tutti i servizi che vogliono, non mi interessa: la tecnologia allora non c’era, ha deciso un uomo, ha deciso quello che lui si sentiva, anche in buona fede. Ma era troppo facile decidere nei confronti di quattro ragazzini e due americani sconosciuti rispetto alla grande Milano dei campioni».
E da lì è iniziato il declino del basket livornese...
«Sono d’accordo: ricordo che a fine partita entrai nello spogliatoio della Philips per scambiare la maglia con McAdoo, contro cui avevo giocato uno contro uno per tutta la serie finale, e gli italiani, a partire da Roberto Premier, mi dissero: chissà quante altre finali giocherete... In realtà non è accaduto più, da quel momento il ciclo è finito. Ecco perché a mio figlio dico che ogni lasciata è persa e che bisogna cogliere l’attimo, soprattutto nello sport...».
Con Stefano, che è nato a Cantù 4 anni dopo quella stagione, avete mai rivisto le partite della sua Libertas e la finale?
«Anche se non avesse voluto, quella finale l’ha vissuta anche lui, con tutti i filmati che ci sono, le trasmissioni, le discussioni ancora accese. Lui la conosce bene, e ora che sa cosa significa festeggiare uno scudetto in spogliatoio, può ancor di più immaginare cosa possa significare sentirsi dire dopo venti minuti di feste e una città impazzita che era soltanto uno scherzo».
Una cosa è certa: di quella finale si continua ancora a parlare. Se non fosse finita così non avrebbe avuto tutta questa eco…
«Non è un caso che dall’anno dopo furono messi i centesimi di secondi sui tabelloni. Quella partita ha fatto storia, ha fatto cambiare i regolamenti».
Quanto è diverso Stefano Tonut da Alberto?
«E’ più piccolo, è un esterno, io invece giocavo sia dentro che fuori dall’area».
Tra voi chi è più forte?
«Lui. Anche perché il basket è cambiato: in palestra non vai più a scontrarti coi ragazzi del settore giovanile, vai in campo e trovi gli americani. Oggi in serie A ci sono 12 giocatori di grande livello. Noi avevamo De Raffaele, Pietrini, che erano giovani. Alla Reyer l’undicesimo si chiama McGee o Viggiano, stiamo parlando di un americano pagato molto bene o di gente che ha fatto la nazionale».
Se lo ricorda il tuffo di McAdoo mentre lei stava andando a schiacciare?
«Eccome. A parte che la palla restò a noi, ma quel gesto simboleggiò una partita: il giocatore più forte e più anziano di Milano - uno che ancora nell’Nba viene ricordato - che si tuffa per recuperare un pallone».
Cosa ricorda di quegli anni?
«Il clima di Livorno prima di tutto: fantastico, un posto dove si sta bene tutto l’anno. E poi come ho saputo integrarmi in quel gruppo di amici, che ancora vedo ogni estate».
Torna spesso?
«Sempre, un tuffo a Tirrenia da Fantozzi e Carera lo faccio ogni anno. Due anni fa ci siamo trovati per festeggiare i 25 anni dalla finale. C’erano anche Bucci e Vasco Suggi, tutti i dirigenti. E’ stata un’emozione, era un gruppo unito, lo è rimasto».
A chi è venuta l’idea?
«Ad Andrea Forti. Ma tutti c’abbiamo messo del nostro, io da Trieste ho portato le maglie con lo scudetto e la scritta Campioni d’Italia… Sono dimostrazioni del fatto che il basket è uno sport di squadra e unisce».
Parla con la voce emozionata…
«Sì, perché ancora adesso, quando vedo Forti, Fantozzi e Carera mi emoziono: perché mi ricordo non la finale scudetto, ma i viaggi in pullman, le partite a carte, gli alberghi, i ritiri a Brunico, gli insegnamenti di Bucci, il primo anno con Giancarlo Primo, un maestro».
E gli americani?
«Io ero molto legato a Joe Binion, era diventato un amico fraterno, anche negli anni successivi in cui vinse lo scudetto con la Virtus, ma ultimamente ci siamo persi. Alexis l’ho rivisto al derby amarcord qualche anno fa. E poi ho un ricordo unico di Kevin e Abdul».
La rivalità con la PL le fa ancora effetto?
«L’abbiamo sempre vissuta bene: tutto sommato sapevamo di essere più forti, certo avevamo tutto da perdere contro di loro, ma di partite perse ne ricordo veramente poche. Li abbiamo vinti quasi tutti noi…».
Troppo facile dire che il derby più bello fu quello del più 39?
«Forse è il più facile da ricordare, anche perché le scritte del “grande freddo” hanno tappezzato per anni la città e immagino ci siano ancora da qualche parte in giro per Livorno. Però ricordo che nei derby io avevo i miei grossi problemi perché dovevo beccarmi Addison, che era proprio bravo».
Ha ripassato di recente la storia o ha la memoria buona?
«In realtà ho ancora tutte le pagine dei giornali conservate, mia mamma ogni lunedì mi metteva da parte il Tirreno. Ma non ho bisogno di rileggerli, ricordo tutto come fosse ieri».
Sa che per i livornesi questi trent’anni sembrano non essere passati mai?
«L’ho scoperto sulla mia pelle: quando torno la gente mi ferma, mi parla della finale, dei derby, mi chiede di quella partita, mi abbraccia come se fossimo negli anni Ottanta. Per me ogni volta è un’emozione: anche perché sono legato a Livorno in modo indissolubile, ho passato da voi sette anni fantastici e mia figlia è nata lì nel 1990».
Nel basket multinazionale degli anni Novanta e Duemila c’è più stato un gruppo di italiani così forte com’eravate voi 4?
«Non lo so, so che quel gruppo è diventato così forte perché il progetto della famiglia Boris e D’Alesio iniziato nell’84 era quello che i quattro moschettieri crescessero assieme, e Tonut Fantozzi Carera e Forti lo hanno fatto: in cinque anni si va in finale, ci fu detto nel 1984. E’ accaduto. L’anno in cui abbiamo trovato gli americani giusti siamo arrivati in fondo».
Lasciò Livorno per Cantù l’estate della fusione. Come ha vissuto quella folle idea di unire LL e PL?
«L’ho vissuta male, perché sono convinto che Livorno fosse una piazza che poteva avere una continuità, il dispiacere per come’è finita è enorme. Mi sembra che la storia c’insegni che le fusioni difficilmente portano qualcosa di buono».
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