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Chicchi si pensiona: non c’è più lavoro
Il 36enne ciclista di Camaiore si ferma con un bilancio di 39 vittorie: «Resterò nell’ambiente, vorrei fare il diesse»
CAMAIORE. Francesco Chicchi ha detto basta e ha deciso di appendere la bici al chiodo a 36 anni suonati, un'età non ancora veneranda per un ciclista se si considerano i successi eclatanti ottenuti attorno ai 40 anni da campioni del calibro di Zoetemelk, Horner o Rebellin. Il solido e battagliero velocista di Nocchi di Camaiore non ha trovato proposte confacenti alle sue aspettative e così lascia il ciclismo professionistico con il lusinghiero bilancio di 39 vittorie, ben 29 delle quali ottenute all'estero e il record di successi di tappa - sette in tutto tra frazioni in linea e cronosquadre - alla Settimana di Coppi e Bartali.
Com’è arrivata questa decisione?
«Nel ciclismo c'è una grande crisi economica e organizzativa e non avendo ricevuto nessuna offerta interessante ho deciso di smettere».
Che voto daresti alla tua carriera?
«Un 8 in pagella lo merito, ho corso poco e il mio fisico è integro. Pensate che in 14 anni di gare ho avuto soltanto un infortunio grave, alla Coppi e Bartali del 2007 quando riportai delle fratture e subii uno stop di alcuni mesi. Eppure non ho mai avuto paura a gettarmi nelle volate, in mischia».
Qual è stata la vittoria più bella?
«Nella quarta tappa al Tour del Qatar 2010 che volli dedicare a Ballerini, deceduto da pochi giorni».
Cosa ci dici della tua amicizia con SuperMario Cipollini?
«Mario è davvero un grande amico, mi ha seguito da sempre ma il "chioccone" sono stato io che non sono riuscito a mettere in atto i suoi consigli. Ad esempio io amo la Coca Cola e lui invece mi ripeteva che non dovevo berla. Devo dire che Cipollini è stato un grande professionista, che sapeva gestirsi ottimamente. Rammento che per preparare la Sanremo era già in bici ad allenarsi dal mese di ottobre. Credetemi, un esempio unico».
La vittoria di Zolder nel mondiale Under 23 del 2002 ha influito sulla tua carriera?
«Non in modo positivo. In effetti passai Pro in uno squadrone come la Fassa Bortolo con grandi aspettative, ma in quei tre anni combinai poco. Forse sarebbe stato meglio debuttare con un team meno agguerrito ma nel quale poter avere più spazio».
Quali amici ti sono rimasti nel ciclismo?
«Sicuramente Nibali e Agnoli, ex-compagni di squadra nei primi anni da Pro. Per il mio carattere estroverso lego bene un po’ con tutti, ma devo dire che mi ha fatto enormemente piacere Peter Sagan quando quest’anno, al Tour di San Luis in Argentina, mi ha regalato la sua maglia iridata dicendo che io sono il corridore che più gli è simpatico. Anche Boonen è un bravo ragazzo, mentre con i marcantoni tedeschi Kittel e Greipel non ho mai legato».
Passiamo alla vita privata, l’amore come va?
«Benisismo, da 5 anni convivo con la mia "Chicca", cioè Martina, a Camaiore ma stiamo insieme da 14 anni e lei sì che meriterebbe un Oscar per avermi sopportato così a lungo, anche quando stavo via da casa 200 giorni all'anno».
E la famiglia come ha preso la tua decisione di abbandonare le corse?
«Con serenità. Mia madre Silvia è la mia tifosa più accanita, ma papà Luigi mi ha messo in bici nel 1987 con il Gs Versilia-Bertolucci & Coluccini ed è assai orgoglioso di me».
Hai qualche rammarico?
«Quello di non avere mai portato a termine un grande Giro a tappe. Nel 2008 mi fermai alla 16a tappa al Tour de France e nel 2012 alla 12a del Giro d'Italia. Peccato».
Resterai nel mondo del ciclismo?
«Sì, vorrei fare il direttore sportivo e intanto mi sono iscritto al corso necessario per diventarlo».
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