Italia
Chiesa e i suoi fratelli
Esordio con la Juve per il viola, occhio ad Hagi jr e al Cholito
di GIANNI TACCHI
A vent’anni si tenta la poesia, a cinquanta si pensa che bisognava insistere. Federico Chiesa non ha ancora vent’anni, l’età in cui di solito . si è stupidi davvero e quante balle si ha in testa, ma ha insistito fin dall’inizio portandosi dietro la scomoda - ma anche poetica - etichetta di figlio d’arte. Ha insistito fin da quando di anni ne aveva 14 e nei Giovanissimi della Fiorentina non giocava mai: una sola presenza, neanche da titolare, e spesso mandato con i ragazzini più piccoli, retrocessione che nel mondo giovanile non è mai un buon segno per il futuro. E a cinquant’anni, comunque andrà, non si ritroverà a fare i conti con i rimpianti per non averci provato fino in fondo. Perchè Federico Chiesa, attaccante esterno meno killer e più incline al sacrificio rispetto a babbo Enrico, ha sempre lottato per il suo sogno e l’ha realizzato allo Juventus Stadium: titolare in serie A a 18 anni, 19 a fine ottobre, nella partita più attesa dal popolo viola, quella contro la Juve. Insomma, una vetrina chic. E lui ha risposto mettendo in mostra personalità e pure qualche colpo, cercando di scuotere la Fiorentina negli ultimi 30 metri e uscendo all’intervallo dopo un buon primo tempo.
È lui, Federico Chiesa, il figlio d’arte volato su tutte le copertine. Lui che è diventato il primo talentino pescato nella Primavera viola da Paulo Sousa, che la scorsa stagione - nel vivaio - non aveva trovato gioielli da lanciare. Lui che è stato preferito a Pepito Rossi e a Tello, non Betti e Colato, come partner di Ilicic alle spalle di Kalinic. Betti e Colato? Sì, i due attaccanti che Federico ha guardato dalla panchina per anni. Gli allenatori che hanno lavorato con il gruppo classe 1997 della Fiorentina, infatti, si sono quasi sempre affidati a loro due, lasciando fuori il figlio d’arte e privilegiando il 4-4-2 con il doppio centravanti. Ci ha pensato Federico Guidi, tra gli Allievi nazionali e la Primavera, a inserirlo nel quadro giusto e a lanciarlo. E ora le prospettive si sono rovesciate, con i due che da bambini erano i più forti e che ora non lo sono più: Betti e Colato sono finiti addirittura in serie D (il primo era a Scandicci, il secondo è ora in prova al Gavorrano), Chiesa invece è la nuova promessa viola. Con un cognome pesante, tanto che nel vivaio gli davano del «raccomandato», e con sette anni di lezioni in inglese alle spalle, «in una sorta di college al quale mio padre mi iscrisse dicendomi che sarebbe stato utile anche per il calcio».
Babbo Enrico ha segnato 8 volte alla Juve, compresa la doppietta in maglia viola in un incredibile 3-3 del 2001, il figlio Federico ha debuttato poprio davanti a quelle maglie. E la partita di Chiesino ha motivato la scelta di Sousa, che nella scorsa stagione ha seguito la sua crescita (29 presenze e 8 reti con la Primavera) e sabato sera ha avuto il coraggio di lanciarlo dall’inizio, anche grazie al forfait di Borja Valero. «Peccato per la sconfitta - ha commentato su Instagram, scrivendo queste parole sotto un collage con alcune foto del match - è stata una serata indimentabile». E presto ne arriverà una anche per Ianis Hagi, l’altro figlio d’arte viola, rimasto invece in panchina contro la Juventus. Arrivato quest’estate in Italia sulla scia di papà Gheorghe, il miglior giocatore rumeno di tutti i tempi e passato anche da Brescia, è stato preso per 800mila euro da Pantaleo Corvino, che non ci ha pensato due volte a portarlo a casa. Ha un anno in meno rispetto a Chiesa, ma nessuno - a differenza dell’altro figlio d’arte - ha mai avuto dubbi su di lui. È cresciuto nell’Academia Gheorghe Hagi, il vivaio di famiglia, e ha debuttato nella serie A rumena a soli 16 anni con il Viitorul Constanta. «Mio figlio diventerà più forte di me, alla sua età non ero mica così bravo...», ha detto Gheorghe Hagi, che non era la fotocopia del figlio, anche se la casa di entrambi è sulla trequarti: l’ex Barcellona e Galatasaray nascondeva il pallone con il suo magico sinistro e in testa aveva i movimenti del regista, Ianis ha un fisico diverso, è più veloce e vede di più la porta, elementi che lo collocano praticamente nello stesso ruolo di Chiesa jr.
Ma i due baby viola non sono gli unici figli d’arte in Italia, dove è appena sbarcato anche Giovanni Simeone. Sì, l’erede del Cholo, il Cholito. L’ha portato in Italia il Genoa e l’ha preso in mano Juric, che in panchina ricorda proprio Diego Pablo per il carattere e la cura nel preparare le partite. È nato a Madrid, ma ha il cuore argentino e infatti ha partecipato alle ultime - negative - Olimpiadi con l’albiceleste. Il padre martellava a centrocampo, lui invece è una prima punta e nell’ultima stagione - al Banfield - ha segnato 12 volte. Poi il ritorno al River Plate e il blitz del Genoa, dove il 3-4-3 di Juric e l’idolo rossoblù Pavoletti sembrano due ostacoli infiniti, ma le occasioni non mancheranno. Anche perchè, a 21 anni, le prospettive non sono le stesse di Chiesa e Hagi. Ma in serie A c’è anche Federico Di Francesco, preso in estate dal Bologna dopo l’esplosione a Lanciano nel corso dello scorso anno (serie B). Esattamente come la famiglia Simeone, il padre - Eusebio, ora sulla panchina del Sassuolo - era un centrocampista e il figlio è un attaccante. Esterno, però, e quindi pronto a infuocare le ali del tridente rossoblù di Donadoni.
E i figli d’arte non mancano neanche in serie B, a partire da Simone Andrea Ganz. El segna semper lu, chiamavano il padre Maurizio, decisivo anche per lo scudetto del ’99 del Milan. El segna semper lu, chiamavano lui la scorsa stagione a Como, dove ha lottato per la salvezza quasi da solo. A giugno è entrato nella scuderia della Juventus, che ha preso quasi tutti i giovani talenti italiani, e poi è andato in prestito al Verona, dove si gioca il posto con un big come Pazzini e dove ci ha messo solo 16 minuti per mettersi in luce e colpire in Coppa Italia. Poi, sempre in B, occhio a Gabriele Marchegiani, portiere come papà Luca e finito alla Spal dopo la rottura del rapporto con la Roma. E sullo stesso pianeta potrebbe scendere anche un altro figlio d’arte, tra l’altro suo ex compagno nella Primavera giallorossa: Lorenzo Di Livio, trequartista ed erede del soldatino Angelo, è infatti vicino al Bari. È finito invece in Lega Pro, alla Reggiana, il primogenito di Paolo Maldini, il 20enne Christian: il Milan spera invece con l’altro figlio dell’ex capitano, Daniel, attaccante classe 2001 che corre e segna nel vivaio rossonero.
E all’estero? Enzo Zidane non ha la stessa classe di Zinédine, infatti è sceso nel Castilla, il Real Madrid B (terza divisione spagnola). Sognano invece Timothy Weah (2000) e Justin Kluivert (1999), i figli di George e Patrick che stanno brillando rispettivamente nei vivai di Psg e Ajax: entrambi attaccanti, entrambi sulle orme di famiglia. Tutti comunque con l’etichetta di figlio d’arte, di figlio di un campione. «La voce di “figlio di” mi ha accompagnato per tantissimi anni - disse una volta Paolo Maldini - praticamente fino alla prima squadra. “Quello gioca solo perché è il figlio di Maldini”, dicevano tutti, perfino i genitori dei miei compagni». Poi la storia ha raccontato altro, una favola che l’infinito Cesare - un giorno - ha sintetizzato in poche parole: «Lui non è più il figlio di Cesare, ma io sono diventato il padre di Paolo».
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