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Il drago Danilevicius ora è un imprenditore «Ma serve il cuore»
L’ex attaccante lituano e un consiglio al presidente Spinelli «Ok i bilanci, ma la passione? Livorno non merita la Lega Pro»
LIVORNO. Ben 151 presenze e 26 gol dal 2002 al 2011 con qualche parentesi altrove. C’è tanto amaranto nel sangue di Tomas Danilevicius, il gigante buono. L’attaccante lituano ha appeso le scarpe al chiodo, e con il calcio ha definitivamente chiuso: ora è un affermato imprenditore immobiliare che si divide tra Lugano - dove risiede - e la sua città natale, Klaipeda. È lontano da Livorno, ma non dimentica la città che lo ha adottato: «Ad agosto tornerò per una decina di giorni perché ho ancora casa lì e poi le mie bambine si sentono livornesi».
Tomas, che effetto le fa vedere il Livorno in Lega Pro?
«Mi fa male. Molto male. Siamo andati dalle stelle alla stalle».
Che cosa pensa di questa rapida discesa all'inferno?
«Purtroppo nel calcio, come nella vita, i cicli finiscono e quello del Livorno si era esaurito e ora c'è da fare una sola cosa: ripartire».
Sì, ma è tutto molto faticoso...
«Può darsi, ma l'inizio mi pare incoraggiante».
A che cosa si riferisce?
«A Igor Protti. Quando ho visto che Igor è entrato in società ho tirato un sospiro di sollievo. Lui è un esempio. Lui è il Livorno. Sono felice che sia tornato. Lui può insegnare il senso di appartenenza ai giocatori. Ricordate cosa è successo l'anno scorso? C’erano 5-6 giocatori di proprietà e tutti prestiti. E chi appartiene a un’altra società, anche il professionista più serio, a gennaio inizia a pensare al proprio futuro e non al presente».
Si riparte da Protti e anche da Spinelli. Il ciclo ricomincia proprio da lui...
«È vero, anche perché senza di lui è difficile fare calcio a Livorno».
Lei sa una parte della tifoseria è in aperto contrasto con il presidente...
«Sì. “Spinellone”, come lo chiamo io con affetto, ha fatto la storia recente del Livorno, ma ha il difetto di guardare troppo ai bilanci. Sul piano imprenditoriale la sua filosofia non fa una grinza, ma mortifica il lato passionale, quello dei tifosi. I bilanci in ordine non sempre fanno la differenza. E nemmeno la felicità».
Se a questo ci aggiungiamo gli errori dell'anno scorso ecco la frittata...
«Esatto. Non è possibile cambiare 4 o 5 allenatori. Se ne deve scegliere uno, dargli carta bianca e finire con lui nel bene o nel male. Spero che certi sbagli non saranno ripetuti in futuro».
Che consiglio darebbe al presidente?
«Mi piacerebbe che facesse scelte dettate dal cuore e non dal portafoglio. Lui ha grandi risorse economiche. Se le abbina alla passione, il Livorno può tornare in alto».
Già, ma ora c’è la Lega Pro...
«Campionato duro, amici. L’ho fatto a Latina nel 2013 per qualche mese. In questa categoria c’è gente poco simpatica. E poi molto dipende dal girone in cui verrà inserita la squadra. Per fortuna non dovrebbe andare al Sud, perché hai voglia di parlare di calcio moderno, ma laggiù ci sono campi caldissimi come una volta».
Apriamo l’album dei ricordi, le va?
«Volentieri».
Qual è il ricordo più bello da giocatore?
«La promozione in serie A dopo 55 anni e poi l’avventura in Coppa Uefa. Giocavamo ogni tre giorni e io, che ero un giocatore normalissimo, pensavo: questo è il calcio vero. Tra l’altro ho pure segnato il primo gol europeo del Livorno. In amaranto ho segnato poco, ma grazie a quella rete realizzata agli austriaci del Pasching sono entrato nella storia della società».
E di Livorno città che cosa le manca?
«L’affetto della gente. La quotidianità. Tutto. Anche gli amici che mi prendevano in giro perché segnavo poco. È incredibile. Da altre parti ho fatto tanti gol e invece a Livorno facevo fatica. Questo è il rammarico più grande. Però la gente mi vuole bene perché in campo non mi tiravo mai indietro: mi impegnavo e avevo grande senso di appartenenza. Il 18 luglio ho compiuto gli anni e sui sociali mi sono arrivati una marea di auguri. Ecco. Certe cose, queste cose restano. Livorno è nel mio cuore».
Torniamo all'attualità. Sa che il primo impegno ufficiale del Livorno in Coppa Italia è contro una sua ex squadra, la Juve Stabia?
«Certo. A Castellammare sono stato benissimo, ma il mio cuore è amaranto. Per sempre».
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