Morire in campo Idoneità «facile» ma non in Italia
Venti tragedie negli ultimi 15 anni in Europa Mancano la prevenzione e i defibrillatori
di Alessandro Guerrieri
Un'altra giovane vita si è spezzata su un campo di calcio. E' accaduto pochi giorni fa, nei playoff del campionato rumeno. Nella partita tra Dinamo Bucarest e Viitorul Constanta. A 20' dalla fine la tragedia di Patrick Ekeng. Aveva soli 26 anni, il centrocampista camerunense della Dinamo; alla National Arena mancava il defribillatore, inutili tutti i tentativi di rianimarlo. Ennesima tragedia legata a problemi cardiaci in campo. Numeri da incubo - Prendendo a riferimento il nuovo millennio sono oltre 20 i calciatori che hanno perso la vita sul terreno di gioco. Troppi. Tragedie che attraversano il mondo intero. Si va dal Portogallo (Feher del Benfica), alla Cina (il serbo Gogic) passando per il Belgio (Mertens del Lokeren), senza dimenticare il povero Piermario Morosini, del quale pochi giorni fa è ricorso il quarto anniversario della scomparsa. Molti di questi arrivano dall'Africa. C'è infatti purtroppo la tendenza a minimizzare i pericoli derivanti dall'ipertrofia cardiaca, spesso congenita in tanti calciatori del continente nero. E spesso letale. Come accaduto 13 anni fa a Foe, deceduto a Lione dopo che, ai tempi in cui giocava in Inghilterra, nel West Ham, gli era stata diagnostica questa patologia, più comunemente conosciuta come "cuore grosso". Senza però approfondire gli esami, ed il camerunense ci ha rimesso la vita, in campo. Esempio lampante di quanto talvolta ci sia superficialità al momento di rilasciare l'idoneità In Italia - Un problema che non c'è in Italia, dove pure si sono registrati episodi del genere. Quattro anni fa il più recente, teatro l'"Adriatico" di Pescara. Dove morì Piermario Morosini. 35 anni dopo la tragedia di Perugia, dove sotto la pioggia battente volò in cielo Renato Curi, complice una idoneità concessa facilmente, troppo facilmente. I tempi però sono fortunatamente cambiati ed adesso il nostro paese è all'avanguardia negli esami cardiaci. Lo raccontano i casi di alcuni giocatori fermati nonostante provenissero da esperienze all'estero. Il più conosciuto è quello del nigeriano Nwanko Kanu. All'Inter gli fu diagnosticato un problema cardiaco, poi risolto con una operazione che permise alla punta di giocare senza problemi per molti anni con l'Arsenal. Ma ci sono anche i casi Kone, bloccato dai medici del Lecce dopo le rituali visite mediche, e, soprattutto, Fadiga; il senegalese fu portato in Italia dall'Inter nel 2003 ma non superò le visite mediche che evidenziarono gravi problemi cardiaci. Nonostante l'invito a ritirarsi da parti degli specialisti continuò l'attività andando ad un passo dalla morte, in Inghilterra con il Bolton. Dove si registrò anche il caso di Muamba. Il congolese fu rianimato dopo 78 minuti di arresto cardiaco. Segni che testimoniano la bontà del sistema di controllo del nostro movimento nell'opera di prevenzione. Ed allora sorge spontanea la domanda: se Ekeng anziché nella Dinamo Bucarest avesse giocato, ad esempio, nel Sassuolo la moglie e le due figlie piangerebbero la sua scomparsa?
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