Il cuore contro di Mimmo, l’ ex che ci castiga sempre
Il tecnico da quando è sulla panchina dei liguri non ha ancora perso un match In passato contro Di Carlo sconfitti quando allenava sia il Chievo che il Parma
LIVORNO. E menomale che Mimmo Di Carlo è uno dei nostri amici a cui siamo più legati! Proprio lui – che qui ha giocato e anche allenato – statistiche alla mano contribuisce a consolidare il tabù spezzino.
I liguri – è risaputo – contro il Livorno giocano la partita della vita e spesso la chiudono in gloria. Se a questo aggiungiamo che – da quando è allenatore – Di Carlo ha vinto tutte le volte che ha affrontato gli amaranto ecco che ce n'è abbastanza per presentarsi domenica al “Picco” con le tasche piene di amuleti.
Parma e Chievo.
Fino ad ora sono stati colorati di giallobù gli incubi del Livorno quando dall'altra parte hanno trovato Mimmo in panchina. Nel 2007/08 al 'Tardini' finisce 3-2 per il Parma al termine di una partita rocambolesca che vede gli amaranto andare sotto, poi rimontare fino al 2-1 per essere infilati nel finale. Peggio ancora andò nel campionato 2009/10: Di Carlo guidava il Chievo contro cui il Livorno non vincerebbe neanche se schierasse Messi e Cristiano Ronaldo. Inevitabile collezionare due sconfitte peraltro con identico risultato: 2-0 qui e anche al Bentegodi. Altro viaggio a vuoto a Verona nell'agosto del 2011: 1- 0 per il Chievo in Coppa Italia e tutti a casa. Di Carlo amaranto. Questo Mimmo-avversario.
Nel suo passato, però, c'è anche tanto amaranto vissuto in prima persona e in modo esemplare.
Anno Domini 2000 il Livorno vuole dare l'assalto alla serie B e tra gli acquisti figura anche il 36enne centrocampista di Cassino. A dispetto dell'età Di Carlo è integro e dà un contributo importante in campo. Ma è nello spogliatoio che la sua presenza si da sentire. È il capitano della squadra: la chioccia di Giorgio Chiellini, il fratello maggiore di giovani come Fanucci e Grauso, soprattutto la spalla ideale, l'alleato di Osvaldo Jaconi.
Se la maglia amaranto è passata dal calcio minore all'Europa il merito è anche di Mimmo Di Carlo, uno dei fondatori del gruppo degli immortali, di quello straordinario e unico modo di pensare e vivere il Livorno.
La sua parentesi da calciatore durò solo quella stagione e si concluse tra le lacrime di Como il 17 giugno 2001: lariani in B e amaranto a pezzi.
In panchina. Certi amori non finisconi. Fanno dei giri immensi e poi ritornano. La strofa di Antonello Venditti si sposa bene con la vicenda umana e professionale di Mimmo Di Carlo che a gennaio 2014 viene chiamato al capezzale della squadra impelagata nella zona retrocessione in serie A.
Nicola salta dopo lo 0- 3 casalingo con il Parma e a Roma contro i giallorossi c'è il breve interregno di Perotti. Quando Di Carlo prende in mano la squadra, la scossa è immediata: tre gol in venti minuti al Sassuolo e poi il pareggio di Catania con gli amaranto tre volte in vantaggio e tre volte ripresi dai rossoazzurri. È sfortunato con il Genoa in casa – sconfitta per un gol preso su un rimpallo nell'unica occasione costruita dal Grifone – ma si ripende subito andando a vincere a Cagliari. Quel giorno però si rompe Luci e la squadra perde capitano, certezze ed equilibri tattici. Con alti e bassi (da 2-0 a 2-4 in casa della Samp, ma pure il successo interno con il Bologna) Mimmo tiene il Livorno vicino alla zona salvezza. Spinelli però decide di cambiare all'indomani della sconfitta in casa del Milan.
Di Carlo incassa con amarezza la sfiducia e se ne va, ma prima rilascia un'accorata intervista da tifoso al nostro giornale: «Sono convinto che potevamo ancora dire la nostra in chiave salvezza. Peccato. Livorno resta nel mio cuore». Parole dette con estrema sincerità. Domenica ce lo ritroveremo davanti da avversario: strano ma vero.
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