Il Tirreno

Livorno

Colpi di genio e scivoloni ma è sempre lo stesso uomo

di David Biuzzi
Colpi di genio e scivoloni ma è sempre lo stesso uomo

Dal «mi prendi per il c...» a Eto’o alla volta in cui voleva portare tutti in ritiro Vive il calcio in modo viscerale e ogni tanto paga: come nel 2014 a Varese

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EMPOLI. Prima hanno scoperto le sigarette, sue fedeli compagne di vita, poi la tuta, che porta in giro in ogni stadio d’Italia e d’Europa, ora è venuto fuori anche il lato oscuro. O meglio, l’altra faccia della medaglia.

Gli scivoloni. Già, perché dietro quelle offese urlate a Roberto Mancini, mentre passavano i titoli di coda di Napoli-Inter, non c’è un altro Maurizio Sarri, non c’è il mostro. No, è lo stesso allenatore geniale, lo stesso uomo che si è fatto da solo che ha, aveva, conquistato le simpatie di quasi tutta l’Italia del pallone. È, come detto, il suo rovescio, il lato B del 45 giri di successo (per quei pochi che si ricordano ancora i dischi in vinile...) che nessuno ascolta mai. Viene fuori ogni tanto, come accadde due anni fa, quando l’allora suo Empoli perse a Varese e lui, contestando l’arbitraggio, se ne uscì con una frase brutale: «Troppo falli fischiati, il calcio non è uno sport per froci». Solo che allora guidava una squadra di serie B e la cassa di risonanza era diversa: se la cavò con una multa. Stesso scivolone, minore impatto al suolo. Di diverso tenore, ma comunque emblematica, una dichiarazione della scorsa stagione, al termine di un Empoli-Milan terminato 2-2 anche per la decisioni del direttore di gara: «Quando vedono le maglie a strisce – disse a fine gara – gli arbitri non capiscono più niente».

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Il toscano viscerale. In quel caso si beccò una squalifica, una delle tante, ma non finì alla gogna come successo nelle ultime ore. Certo il (triste) siparietatto del San Paolo non era e non è giustificabile. Ma nemmeno è giusto attaccare a Sarri l’etichetta di omofobo. Semplicemente perché non lo è. È tollerante, anzi, ed è un uomo di grande cultura. Solo che spesso finisce per nascondere queste doti. Sotto il suo modo viscerale di interpretare il ruolo, sotto la sua assoluta e totale “toscanità”. Ama così tanto la sua regione, infatti, da averne assunto tutti i connotati, positivi e non. Come il fatto di essere un bestemmiatore seriale, come usare parole anche dove e quando proprio non bisognerebbe usarle. Perché quelle parole pesano, graffiano, fanno male. E le battute fra amici non devono mai trasformarsi nelle esternazioni di chi, in un modo o nell’altro, ha un ruolo pubblico, è un personaggio. Su come viva il calcio, poi, basta ricordare un episodio neanche troppo remoto. Era la terz’ultima giornata dello scorso campionato, con l’Empoli già matematicamente salvo. Giocarono a Verona, gli azzurri, e persero. Partita un po’ così, blanda. Ma non per Sarri. Lui voleva il massimo, andò su tutte le furie e alla fine del match ordinò il ritiro per tutti. La società lo fece tornare sui suoi passi, ma non senza fatica.

Applausi e risate. L’altro Sarri, invece, è quello che strappa applausi e risate ad ogni apparizione, ad ogni dichiarazione. Indimenticabile, ad esempio. la risposta ai complimenti di Eto’o alla fine di Empoli-Samp: «Ma mi sta prendendo per il c...» (e, non caso, non disse prendendo in giro...). È sempre lo stesso allenatore, sempre lo stesso uomo. Quello che, come tutti, ogni tanto sbaglia e, magari, commette anche errori gravi. Ma resta una persona vera, sana, genuina. Non un razzista omofobo.

@DavidBiuzzi

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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