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Coraggio e 4-3-3: il calcio alla crisi di Allegri e Sarri
La Juve riparte da Cuadrado e Pogba interno. Il Napoli sceglie Jorginho e la velocità delle ali
Cambio idea. E vinco. Qualcuno dice che solo le persone intelligenti rivedono le proprie convinzioni e non restano schiave dei dogmi: un assunto che calza perfettamente per Massimiliano Allegri e Maurizio Sarri, due eccellenze toscane della panchina. Gelosi delle loro idee, ma non per questo «talebani»: e dopo la piccola rivoluzione di settembre sono arrivate le due vittorie della Juve (Manchester City e Genoa) e i due trionfi del Napoli (Bruges e Lazio).
Il comune denominatore tra l’Acciuga livornese e il divoratore di sigarette di Figline sta in tre numeri: 4-3-3. Formuletta magica che nel glossario del pallone significa coraggio, voglia di osare ma anche difficile ricerca dell’equilibrio tra attacco e copertura. Significa, fatto abbastanza raro in Italia, privilegiare il palleggio, i piedi buoni, le giocate, magari a detrimento del rigore tattico. Allegri e Sarri, impelagati in una crisi inattesa e già nel mirino del fuoco amico (i club, ma anche la critica) , questo coraggio l’hanno avuto.
Scossa Cuadrado. Già, l’ex viola è il manifesto di questa rinascita bianconera. Arrivato al penultimo giorno di mercato, vissuto dall’ambiente quasi come un lussuoso ripiego, l’esterno colombiano ex Fiorentina ha cambiato il malinconico trend della Signora in questa primissima tranche di stagione. In una squadra falcidiata dai guai muscolari (l’ultimo è Morata a Marassi) e incapace di alzare i ritmi di gioco, è davvero l’unico a saltare l’uomo, a creare superiorità numerica, a fornire a Mandzukic e Morata quei cross tagliati dal fondo che ne esaltino le doti acrobatiche e finalizzatorie. Allegri lo ha osservato, lo ha portato a una condizione fisica accettabile, poi gli ha consegnato le chiavi del 4-3-3: trionfo europeo a Manchester, vittoria (sofferta si, ma sempre tre punti sono) nella scomoda tana del Genoa. Chiaro che un tridente offensivo comporta il sacrificio di Pogba anche in fase interdittoria e il lavoro degli esterni, Lichtsteiner su tutti, per equilibrare l’assetto. Ma la rinuncia al 3-5-2 fisso (ma anche al modulo con Hernanes o Pereyra trequartisti) ha tolto d’improvviso le rughe alla Signora. Che è sempre a meno 8 dall’Inter, ma con un mood diverso.
«Nel calcio se fai risultati sei bravo, se non li fai.. non fatemelo dire. Io sono rimasto tranquillo perché so che nel calcio si passano anche questi momenti. Alla fine quello che conta è fare risultati», l’analisi del rinfrancato Conte Max. Che inizia a togliersi tutti i sassolini di questo mondo: «Dobbiamo porci obiettivi partita dopo partita, senza andare a mettersi nella testa cose che possono solo danneggiare. Le critiche? Dalle mie parti si dice che le parole le porta via il vento, le biciclette i livornesi». Mirabile sintesi.
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Il maestro di campagna. Maurizio Sarri si era portato in valigia, da Empoli, il suo buonsenso di provincia e una ferrea convinzione: il 4-3-1-2 che aveva prodotto miracoli dalle parti del Castellani. Già, ma lì aveva un gruppo disposto a gettarsi nel fuoco per lui dopo tre anni di quotidiano martellamento. A Napoli invece, città tentacolare dal punto di vista calcistico, non basta lo spiritaccio toscano e la preparazione tattica, qui c’è un presidente che vuole a vincere, dai cinepanettoni al San Paolo, e quindi di tempo non ce n’è. Ecco che i due punti in tre partite avevano messo l’uomo di Figline tra l’incudine e il martello, con le radio e la stampa partenopea che preparavano il de profundis. E allora? Tornare indietro, cambiare, aggiustare da bravo maestro di campagna, di quelli che non ti dimentichi nemmeno quando cambi scuola. Largo al 4-3-3, utilizzo a piene mani dei fenomenali esterni della rosa (Mertens e Callejon imprendibili in Coppa, Insigne sontuoso con la Lazio), con Higuain perno centrale e responsabilizzato come vero nume turelare dell’attacco. E dietro, rinuncia (temporanea, s’intende) al pupillo Valdifiori per rilanciare Jorginho come vertice basso del centrocampo con ai lati Hamsik (mezzapunta nata, anche se Benitez lo vedeva finalizzatore) e Allan. Attaccando meglio si difende meglio, la convinzione del maestro che infatti ha riscosso dividendi sonanti: dieci gol fatti e zero subiti negli ultimi 180’ e soprattutto il gioco spettacolare e spumeggiante che De Laurentiis e la gente di Napoli si aspettavano dal protagonista del miracolo empolese. Certo, sette punti dalla vetta sono tanti ma le alternative sono moltissime e soprattutto il gruppo sta iniziando ad apprezzarlo, questo strano maestro. Che tiene furbescamente il profilo basso: «Lo scudetto al Napoli? Oggi è una bestemmia...». Sarà, ma nessuno negli ultimi giorni gioca meglio del ciuccio.
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