Siligardi soffia su 100 candeline
Meraviglioso gol del fantasista, sbancata Varese con la mentalità giusta: auguri Livorno
VARESE. Chi soffia sulla torta delle centocandeline? L’uomo dal piede di zucchero, Luca Siligardi. Il talento che spacca una partita pigra e grigia, che trasforma la malinconica uggia padana di Masnago in una playa di Copacabana. Sì, quel gol ha un che di brasileiro, gli avversari saltati come birilli, disorientati da un semplice movimento di anca, come un torero che gigioneggia prima di piantare la banderilla nel corpo del toro. E poi quel sinistro affilato come un rasoio, che pilota la sfera nell’unico pertugio possibile: ciuff fa la rete, lo stesso suono di quando un cestista segna senza toccare il ferro, il suono dell’estasi. Siligardi taglia la torta del secolo, e lo meritava perchè il calcio è bellezza, è il gesto che ti spiazza e ti avvince. Critichiamolo pure quando si aggira indolente per il campo, magari per un carattere che non infiamma la gente livornese, che non trascina le folle: ma che bellezza questo gol che ci riporta sotto al Bologna e rende meno lontana la sagoma del Carpi, ma soprattutto che legittima una partita operaia da parte del Livorno, squadra che sta crescendo anche sotto il profilo della praticità, che ha imparato a portare via anche partite complicate e insidiose come questa.
Già, perchè a Varese non è mica stato facile incartare i tre punti. Premessa: i lombardi non solo il Bayern Monaco, hanno problemi di infortuni e di spessore tecnico, ma l’Ossola è sempre un campo difficile, reso ancora più infido dalla recentissima rizollatura che lo faceva sinistramen te sembrare una sconnssso parquet dipinto di verde. Difficile giocare qui per una squadra tecnica come quella di Gelain, che infatti ha impiegato quasi un tempo per orientarsi in una palude infestata di piranha, leggi il foltissimo centrocampo allestito da Bettinelli, una linea a cinque molto chiusa, difficile da aggirare anche con il caratteristico possesso palla degli amaranto.
Mister Ezio aveva abortito la scelta - annunciata - di Belingheri trequartista a ridosso delle punte per rinforzare gli ormeggi nel mezzo, con Jelenic multiuso pronto a galleggiare tra la coppia di attaccanti e la fase di contenimento al fianco di Appelt e Luci, mentre Maicon e Lambrughi presidiavano «alti» le corsie. Un 3-4-3 mascherato da 3-5-2, o viceversa se preferite, che comunque ha reso inefficaci le folate di un Varese modesto, legato mani e piedi alle lune di Neto Pereira, in campo con uno speciale plantare per la microfrattura al piede. Il Livorno ha macinato tanto, ma tirato poco: solo una punizione euclidea di Vantaggiato smanacciata in angolo da Perucchini e subito dopo un roboante sinistro di Emerson da quaranta metri morto a un soffio dal palo. Poco per sperare di colpire fort Varese, con Mazzoni che è salito in cattedra al crespuscolo della prima frazione per respingere un sinistro al volo di Zecchin su una delle poche vacanze mentali della difesa amaranto.
Gara difficile, chiusa come una cassaforte in una banca svizzera. Per aprirla ci voleva un genio dello scasso, e il Livorno per fortuna lo ha. Dopo un avvio di ripresa abbastanza schiacciato (con ancora Mazzoni a disinnescare Varela), ecco il blitz nel caveau: la palla finalmente arriva pulita a destra per Siligardi uno contro uno: lui, se parte lanciato, ha la stessa letale pericolosità di Lebron James in terzo tempo. Detto, fatto: la difesa del Varese portata ai giardinetti e quel sinistro merav iglioso che fa ciuff.
Ecco, da qui in poi si trattava di gestire e non è proprio la materia preferita degli amaranto, squadra che si diverte capelli al vento sulle decappottabili e non a guidare piano nel traffico dell’ora di punta. Serviva maturità ed è arrivata: Gelain ha subito cambiato i connotati alla squadra chiamando fuori Ceccherini, a rischio secondo giallo, innestando Gemiti sulla sinistra con Lambrughi a scalare in difesa. Mossa logica che il Varese, ha accusato al punto di ruminare tanto gioco senza mai arrivare al tiro con pericolosità. Anzi, per due volte Siligardi ha avuto sulla racchetta un mezzo match point ma non lo ha concretizzato. E così, quando l’acido lattico ha avvinto anche le gambe dei nostri, qualche batticuore è arrivato, compreso il rosso a Gonnelli. Ma stavolta bisognava soffiare sulla torta: missione compiuta.
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