Il Tirreno

Livorno

Il cuore vince: il Siena di Ponte e del capitano

di Massimo Braglia
Il cuore vince: il Siena di Ponte e del capitano

Il patron italo svizzero aveva detto basta, Vergassola aveva offerte in B: rieccoli in pista

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È nel segno del richiamo del cuore che il Siena riparte dalla serie D. Antonio Ponte, finanziere italo-svizzero che quindici anni fa, da dirigente e comproprietario, aveva contribuito a portare in B i bianconeri, dopo la stagione alla Carrarese (2002-2003) si era ripromesso di non voler più avere a che fare con il calcio; e invece eccolo di nuovo in pista, presidente, patron, tuttofare. Simone Vergassola, quasi 600 partite tra i professionisti, giocatore simbolo di Samp e Toro prima di arrivare in piazza del Campo dieci anni fa, aveva richieste per restare in B. Niente: sarà ancora il capitano della Robur. Scelte di cuore. Ponte, che ha grande voglia di rivincita, si è dato tre anni di tempo per riportare tra i pro il Siena, ma intanto ha ingaggiato un direttore generale doc, cioè Luigi Agnolin (Siena, Roma, Verona e Perugia nel curriculum dopo aver lasciato il fischietto) e un allenatore reduce dall’annata trionfale a Pistoia, sempre in D, Massimo Morgia, che in bianconero ha portato l’ossatura esperta che aveva in arancione. Insomma, Massese, Ponsacco, Arezzo, Gavorrano, Poggibonsi, le ambiziose umbre e laziali del girone sono avvisate: la Robur Siena c’è, anche se è partita in ritardo.

Ponte: pensavo di aver chiuso... Antonio Ponte dà l’idea di essere ancora incredulo di se stesso. «Evidentemente - ci scherza su - avevo un virus del calcio dormiente e non lo sapevo... Davvero, dopo la Carrarese pensavo di avere chiuso con il calcio. Però poi mi hanno chiamato, il sindaco... E alla fine, insieme al richiamo del cuore, è uscita fuori la voglia di rivincita. Ho chiamato Agnolin, che era già qui con me ai tempi di Pastorello, e anche lui ha voglia di fare bene le cose e sa bene organizzare le società. Io - aggiunge - sono il presidente-tuttofare. La mia professione finanziaria? Mi sono preso un paio di mesi per sistemare tutto, ormai farò il calcio a tempo pieno. La casa vacanza che ho qui a Sovicille la trasformerò in un campus calcistico».

A Siena ci sarà anche il fratello Raimondo: «Ma non farà l’allenatore come a Carrara, qui avrà l’ultima parola tecnica in consiglio di amministrazione». Il mister è Massimo Morgia: «Non lo conoscevo - ammette Ponte - avevo trattato Papadopulo e Antonio Sala, poi ho avuto il piacere di conoscere Morgia ed è stata una gran fortuna: ha portato lo staff tecnico e l’ossatura della Pistoiese e sono felice che sia il nostro trainer». E ha convinto Vergassola: «Anche con lui ha giocato il cuore e il progetto a lungo termine che gli ho prospettato. Ma sappiamo che vincere in D è difficilissimo: mi sono dato tre anni».

Eccolo Simone Vergassola: arrivato a Siena a gennaio 2004, otto anni di A e due di B, conferma: «Sì, è stata una scelta del cuore, ormai io e mia moglie abbiamo scelto di vivere qui, il nostro secondo figlio è senese. Mi ero allenato con la Pistoiese, grazie alla disponibilità di Nelso Ricci e Cristiano Lucarelli che ringrazio, avevo delle opportunità in B, ma aspettavo anche perché in realtà, in cuor mio, speravo in questa soluzione. Così è andata, ho parlato con il presidente, l’allenatore, il direttore ed è stato facile convincermi. A 38 anni mi sento ancora in grado di giocare in serie A, ma ripeto, questo è quello che volevo».

Simone Vergassola, classe 76, ha una carriera lunghissima alle spalle: dopo l’esordio giovanissimo (17 anni) con la Carrarese e tre campionati in C1 con gli azzurri, il passaggio alla Samp (cinque stagioni), tre anni al Toro e poi Siena. Una curiosità: qual è il giocatore più forte con cui hai giocato? «Roberto Mancini su tutti, un fenomeno, l'uomo assist per eccellenza; poi Enrico Chiesa, aveva un tiro preciso e forte sia di destro che di sinistro, eccezionale».

E da avversario? «Sicuramente il primo Ronaldo, faceva tutto alla velocità della luce con una rapidità assurda, e appena sotto Zinedine Zidane, accarezzava la palla, sembrava che gli restasse attaccata al piede con un filo invisibile».

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