Il presidio
Da Bonimba a Puliciclone, ma oggi c’è CR7
I campioni hanno sempre acceso la fantasia. In un soprannome, la sintesi di una carriera
All’inizio c’era Veleno, Benito Lorenzi da Borgo a Buggiano, irriverente e infido al punto da mettere, in un derby di Milano, uno spicchio di limone sotto al pallone già sul dischetto del rigore. Poi arrivarono O Rey Pelè, la Pantera Nera Eusebio, il Profeta del Gol Johan Cruijff.
Sulle panchine, il Paron Nereo Rocco e il suo amico rivale Helenio Herrera, il Mago; il Petisso Pesaola era un sanguigno, tutto il contrario del Barone Nils Liedholm, imperturbabile sempre, mentre Eugenio Bersellini era il Sergente di ferro. Oggi vanno per la maggiore lo Special One José Mourinho e il Cholo Diego Pablo Simeone, anche se alla fine la Champion’s l’ha vinta Carletto nostro, Ancelotti.
L’avete capito: stiamo parlando di soprannomi, appellativi, epiteti, anche anatemi. Il calcio da sempre accende la fantasia e con la fantasia ecco la sintesi, il sostantivo o l’aggettivo che con una sola parola arrivano a sintetizzare carta d’identità, anagrafe, caratteristiche tecniche e caratteriali. Veleno fu affibbiato a Benito Lorenzi direttamente dalla madre, come diciamo a parte, ma spesso sono i giornalisti e i tifosi a dare l’appellativo che poi il giocatore si porterà dietro a vita.

Nella foto Benito "Veleno" Lorenzi
Il maestro Gianni Brera. Un maestro imaginifico era Gianni Brera (Gioann Brera fu Carlo): Gianni Rivera, re degli assist, giocatore di classe immensa ma non certo un marcantonio, ecco che diventa l’Abatino. Gigi Riva, con il suo sinistro dirompente, è Rombo di Tuono, o anche Giggirriva. I gemelli del gol del Torino sono Puliciclone, imprendibile, e Ciccio Graziani. Soprannomi onomatopeici, che da soli rendono l’idea: Bonsinsegna è Bonimba, e già te lo immagini in area mentre fulmina il portiere, a meno che in porta non ci sia il Ragno Nero, Fabio Cudicini (l’Uomo Ragno Walter Zenga arriverà dopo).

Giorgio Chinaglia (nella foto), carrarino ma emigrato da bambino in Inghilterra, era ovviamente Long John. Ai Mondiali dell’82, Beppe Bergomi giocò la finale vittoriosa contro la Germania (sì, quella in cui il Bell’Antonio Cabrini sbagliò un rigore, poi segnarono Pablito Rossi, Schizzo Tardelli e Spillo Altobelli) quando non era ancora 18enne ma aveva un paio di baffoni, e quindi divenne subito lo Zio e tale è rimasto anche oggi che fa l’opinionista e probabilmente zio lo è davvero.
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Un libro per calciofili. A mettere un po’ di ordine nel mare magnum dei soprannomi e degli appellativi arrivano ora due calciofili: Furio Zara, firma del “Corriere dello sport”, e l’avvocato cecinese Nicola Calzaretta: per Rizzoli hanno scritto “L’abatino, il pupone e altri fenomeni. Tutto il calcio soprannome per soprannome”.
Gli autori spiegano che il libro è destinato «A un pubblico trasversale, che va dal lettore classico all'adolescente curioso e interessato, senza trascurare gli addetti ai lavori e gli stessi protagonisti». Alla fine c’è anche un indice dei nomi. C’è da dire che oggi l’appellativo è meno usato rispetto al passato. Di solito, sono i giocatori sudamericani che arrivano già “soprannominati”, e si portano anche in Italia il marchio di fabbrica. Milito è el Principe, sintesi efficace della classe in area di rigore, Edinson Cavani è el Matador, German Denis el Tanque (il carrarmato).

La spiegazione del Pocho. Ezequiel Lavezzi (nella foto) ad esempio ha spiegato lui stesso perché lo chiamano el Pocho: «Quando ero bambino - ha raccontato - avevo un cane che si chiamava “Pocholo”. Quando se ne andò, mio fratello ed il suo migliore amico cominciarono a chiamarmi con quel nome perché rompevo le scatole proprio come lui. Da quel momento la gente della mia città, Villa Gobernador Gálvez, cominciò a chiamarmi “Pocholo”, finché in Nazionale Under-20 incontrai un vecchio compagno della mia stessa città che, conoscendo il mio soprannome, cominciò a chiamarmi Pocholo davanti a tutti i compagni. I ragazzi dello spogliatoio abbreviarono Pocholo in Pocho e da quel momento questo è il mio nome, il mio marchio».
Nel libro di Furio Zara e Nicola Calzaretta c’è la genesi di oltre mille soprannomi. Alcuni sono a intuito: Marco Van Basten, supremo interprete del ruolo di centravanti, era il Cigno di Utrecht, e il suo compagno di squadra nel primo Milan degli olandesi, Ruud Gullit, il Tulipano Nero. Diego Maradona ovviamente il Pibe de oro (il ragazzo d’oro, poi qualche maligno aggiunse il Pube de oro negli anni più discussi), Lionel Messi, presunto erede, è la Pulce.

Per Cristiano Ronaldo (nella foto) basta una sigla stile agente speciale: CR7, iniziali e numero di maglia e via. Facendo un passo indietro, tutti ricorderanno Fabrizio Ravanelli, precocemente con i capelli bianchi, “Penna bianca”, mentre Jurgen Klinsmann nei momenti buoni era chiamato Kataklinsmann, nelle defaillance la Pantegana bionda. Qualcuno serviva direttamente un assist non solo ai compagni di gioco ma anche ai giornalisti: Vincenzo Montella diventò automaticamente l’Aeroplanino, visto che imitava il volo di un aereo dopo ogni gol.
Per qualcuno, vale il prefisso super: scontato quelli di Pippo Inzaghi, Superpippo come l’omonimo personaggio Disney, e SuperMario Balotelli, prendendo ispirazione dal personaggio dei videogiochi.
Di padre in figlio. L’allenatore dell’Argentina, Alejandro Sabella, probabilmente si è pentito di aver preferito il Pipita Higuain (il padre, anch’egli giocatore, era il Pipa) all’Apache Tevez e siamo certi che anche il buon Prandelli avrebbe fatto bene a insistere con Francesco Totti, er Pupone; con lui De Rossi, capitan Futuro, chissà quanto dovrà ancora aspettare prima di essere il titolare della fascia. Come Higuain, anche Christian Vieri ha ereditato il soprannome dal padre, Bobo.
Un po’ di numeri dieci. I numeri dieci, come Totti, sono quelli che più hanno scatenato la fantasia: di O Rey Pelè (o Rey di Crocefieschi era Roberto Pruzzo, bomber doc) e del Pibe de oro Maradona abbiamo detto. Michel Platini ebbe il soprannome di re, Le Roi, mentre l’avvocato Gianni Agnelli, eccezionale nell’affibbiare epitteti (Zibì Boniek ad esempio fu per sempre Bello di notte), smontò Alex Del Piero definendolo Pinturicchio, ovvero un grande artista ma non un maestro, e liquidò Roberto Baggio, che per tutti era il Divin Codino, con uno sprezzante “Coniglio Bagnato”.
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Livorno in sintesi. Chiusura d’obbligo per Livorno e i livornesi. Armando Picchi, come ricordano Zara e Calzaretta, chiamò Roccia Tarcisio Burgnich, suo compagno di squadra. Enio Bonaldi, re dei cannonieri in B e in C, era lo Squalo (come Joe Jordan) per come si buttava alla caccia del pallone in area. Max Allegri Acciuga, per la sua magrezza, Giorgio Chiellini King Kong per il modo di esultare dandosi pugni sul petto, e Igor Protti, come Pietro Vierchowod, lo Zar. E scusate se è poco.
Insomma, il libro di Furio Zara e Nicola Calzaretta ha il merito di farci tornare indietro con la memoria ad un calcio d’altri tempi, ma anche, attraverso una carrellata, di far rivivere con la descrizione della genesi del soprannome, tanti campioni, o anche solo buoni giocatori, che hanno lasciato un segno. Come Graziano Mannari, altro livornese, al quale bastò un gol in amichevole al Bernabeu (Real Madrid-Milan 0-3) per essere soprannominato Lupetto. Lupo sarebbe stato troppo, visto il suo fisico brevilineo.
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