Il Tirreno

Livorno

Mauro Lessi, se l’infinito è amaranto...

di SANDRO LULLI
Mauro Lessi, se l’infinito è amaranto...

368 volte in campo, ogni domenica allo stadio «Io, Balleri, i derby, e una maglia sulla pelle»

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di SANDRO LULLI

Il ragazzo che ci sta di fronte, l'anno prossimo, quando il Livorno taglierà il traguardo dei 100 anni, ne avrà già 80 da poco meno di un mese. Il ragazzo che ci sta fronte sbarcò nelle giovanili amaranto all'età di 15 anni, quando il Livorno ne aveva 35. E chiuse col calcio nel 1969, dopo diciannove anni di militanza, quattordici campionati tra C e B e anche aver indossato la Maglia per ben 368 volte (Igor Protti secondo a 278): mai nessuno come lui in un secolo, per il prossimo vedremo. Anzi, vedranno. Sorride, Mauro Lessi, l'highlander amaranto, uno di quelli che quando li ritrovi ti sembrano usciti dalla macchina del tempo. «Lo sai che non ho neppure una delle 368 maglie che ho indossato? Perché? Perché a quei tempi le casacche si dovevano restituire alla società e venivano riproposte spesso per più stagioni. Comunque io la maglia ideale la porto sempre con me: l'ho nel cuore, l'ho cucita addosso…».

Impianto calcistico di Banditella, ore 15 di martedì, bar interno, un tavolo, due caffè, i giacconi sulle sedie, la compagnia di Leonetto "Leone" Lonzi e Paolo Franzoni dirigenti del "Picchi" nonché ex amaranto; il taccuino pieno di appunti dopo tre ore a ricordare una bella fetta di strada della Vecchia Unione, a parlare di un calcio che non c'è più (purtroppo) ma di una storia sempre viva e stimolante, anche se lontana: quella di un Livorno che ha appena compiuto 99 anni ma è vitale, fresco, irriducibile nel voler mantenere la serie A, proprio come Mauro e il suo modo di intendere il football.

Sopra le nostre teste due foto-poster: una di Armando Picchi con la maglia della Grande Inter di Herrera, l'altra di Giorgio Chiellini, maglia della Juve, mentre avvinghia Samuel Eto'o. Passato e presente, campioni livornesi di ere diverse, usciti dal catino ardenzino. In mezzo a questi due difensori i ricordi di una vita. «Chi è stato Armandino come uomo e calciatore lo sappiamo bene: un grandissimo al quale tra l'altro ero legato da profonda amicizia e riconoscenza; ma Giorgio non è da meno e a mio avviso non è solo il difensore più forte d'Italia ma anche del mondo».

Un po' quello che capitò a Mauro Lessi…

«In effetti impiegai un po' di tempo per farmi apprezzare. Mi fece debuttare il 20 dicembre del 1953 l'allenatore Mario Magnozzi, un altro grande della nostra storia, ma a sponsorizzarmi fu il portiere Renato "Garagolo" Giudici (n.d.r. Garagolo, gangillo, perché passava ore sugli scogli a pescare. Ci ha lasciati ai primi di marzo del 2005, a 83 anni): a lui piaceva il mio modo spiccio di giocare e mi prese sotto la sua ala protettrice. Al suo fianco percorsi il sottopassaggio e salii gli scalini che immettevano in campo, poco prima di affrontare il Lecco che battemmo con una rete di Bertolaccini. Garag. olo fu davvero bravo, mi fece coraggio, mi fece sorridere con un paio di battute».

E così iniziò il tuo lungo viaggio in amaranto, anche se un anno dopo ti cadde il mondo addosso…

«Mi convocarono in sede per dirmi che avrei giocato nel Pontedera, in D. Avevo 20 anni, ero reduce da una bella stagione con 21 presenze ed avevo dato un bel contributo alla promozione in serie B conquistata con il primo posto. E così invece della B, ripartii dalla D…».

E come facesti a tornare a Livorno?

«Disputai un campionato davvero bello a Pontedera. Caso volle che al posto di Magnozzi il Livorno chiamò Vinicio Viani e lui disse "prendetemi il numero 3 del Pontedera, l'ho visto giocare, mi piace…". Ero io, quando me lo dissero per poco non svengo dalla felicità…».

Mauro, hai avuto un maestro, o comunque un allenatore che metti in cima alla lista dei tuoi favoriti?

«A giocare a pallone imparai a Coteto, il mio rione, all'interno di un ex campo di concentramento tedesco. La passione nacque così. Poi nel Livorno allenatori ne ho avuti tanti, ma quello che ricordo con maggiore piacere è Carlo Parola, ex campione della Juve, inventore della rovesciata con la quale a Firenze nel 1950 dette la vittoria alla Signora. Innanzitutto considerava tutti i giocatori alla stessa maniera, era educato, rispettoso ma quello che più mi colpiva di Parola era la sua umiltà, la sua semplicità, il suo non parlare mai di ciò che aveva fatto da calciatore ed aveva fatto davvero tanto. Venne da noi a campionato iniziato nel 1964-65 e rimase sino a fine torneo 66-67».

In quegli anni ti togliesti anche la soddisfazione di andare in gol.

«Sì , quello più bello, lo realizzai proprio con Carlo Parola in panchina e servì ad eliminare la Roma dalla Coppa Italia. Eravamo ai supplementari, al minuto 100 m'inserii e sparai un diagonale di sinistro, poi poco dopo raddoppiò Cairoli. I giallorossi la presero davvero male. In casa mia, da parte di mia moglie, fu un mezzo lutto perché erano nativi di Roma».

Mauro, raccontami, l'altro gol, l'unico che hai segnato in campionato…

«Serie C, campionato 57-58. Ospitavamo il Vigevano, squadra fortissima che poi andò in B, che aveva in porta un giovane Lido Vieri. Verso metà del secondo tempo mi stiro alla coscia e Ugo Conti mi mette all'ala, perché a quel tempo non erano previste le sostituzioni. Battute finali, eravamo sotto per 2-1. Su un attacco nostro mi fiondo in area, filtra la palla, non so come faccio ad arrivarci perché avevo un male cane e realizzo il 2-2».

Una volta Costanzo Balleri, in maniera molto colorita come sa fare lui, mi raccontò di quando svegliasti tutta la squadra in albergo perché provavi la gamba…

«È vero. Ero in stanza con lui, in ritiro. Ero reduce da un infortunio e la domenica mi prese la paura di non essere guarito così iniziai a fare gli scatti nel corridoio e a dare calci alle pareti per vedere come reagiva la gamba. Qualche vaffa me lo presi ma mi tranquillizzai… Però visto che si parla di infortuni e di Lupo Balleri, voglio raccontarti un episodio che non sa nessuno…».

Dì pure Mauro…

"Io ho giocato 19 derby col Pisa e sono le partite che naturalmente ricordo con maggiore emozione. In una di queste e parlo di quelli a cavallo tra il '50 e il 60 Lupo prese una botta terribile al piede in un contrasto vigliacco. Si rientra negli spogliatoi e Costanzo imprecava in tutte le lingue per il male che sentiva. Fece il gesto di togliersi la scarpa ma il medico lo sconsigliò. Lui se la tolse lo stesso e in un paio di minuti il piede si gonfiò in maniera incredibile. E ora che fai? Gli dissero. E lui: "Fa' vaini col piede…", chiamò un compagno che faceva la riserva ed aveva due numeri di scarpa più grande se la infilò, tornò in campo e giocò pure bene. Chi altro potrebbe fare una cosa del genere? Costanzo grande calciatore capace di giocare in ogni ruolo e in ogni condizione».

Mauro ci fu, 1963, la famosa amichevole col Milan fresco di Coppa Campioni che finì a calci e pugni perché Mora ti disse qualcosa dopo aver realizzato un rigore, eppoi l'altra quella col Manchester United…

«Sì, col Milan finì male, non certo da amichevole, ma noi avevamo un carattere, non ci stavamo a perdere. Con gli inglesi invece morimmo dal ridere. A Roberto Balestri, il "Morino", era capitato da marcare Bobby Charlton, mitico attaccante che un anno dopo, nel 1966, vinse il Mondiale con l'Inghiterra. E questo attaccante nel primo tempo fece la partita: un gol, un palo, si procurò un rigore, giocò per due. Al mio amico Balestri, il più bravo dei pisani, girava la testa. Cosicché nello spogliatoio viene e mi fa: "Mauro, facciamo così: te prendi Bobby, e io Charlton… Quest'episodio ha fatto il giro d'Italia perché lo raccontati al corso di Coverciano e c'era gente piegata in due dalle risate…».

Chiudesti la carriera al termine del campionato 1968-69…

«Avevo 34 anni, non erano pochi per quegli anni, ma se non avessi avuto i problemi ai tendini sarei arrivato a 38 perché fisicamente ero integro. La mia ultima in casa andò male, era la 35.a, perdemmo 2-1 col Bari».

In questi anni in quali amaranto ti sei rivisto?

«Ognuno di noi porta con sé caratteristiche diverse. Posso dire di aver apprezzato molto il primo De Petrini (n.d.r. perché poi lo spostarono in mediana), Baiardo, Bruschini, Calvani, Vergazzola, Caleffi, Varlyen, Davide Balleri, Chiellini».

Parliamo di presidenti del Livorno, ne hai conosciuti tanti in oltre sessant'anni…

«Grande rispetto e riconoscenza per Paggini che guidò il Livorno negli anni 40; ma anche per Gaetano D'Alesio nel '50, per Ardisson tra '50 e 60 proprio negli anni della mia maturazione. Ma voglio ricordare con affetto anche Di Giorgi, Vivaldi, Del Ventisette, Corasco Martelli, Fernandez, Achilli. Comunque almanacco alla mano ce n'è uno su tutti: Aldo Spinelli che ha messo la sua firma sul ritorno in B dopo 30 anni, in A dopo 55. Ci ha portato in Uefa, tenuto in A per così tanti anni. Davvero bravo e competente».

Ogni domenica sei sugli spalti con Mido Bimbi, Baiardo, Bruschini, Gori e Manetti. Cosa pensi di questo Livorno passato da Nicola a Di Carlo?

«Sia Nicola che Di Carlo sono bravi. La squadra mi piace. Faccio gli auguri di una guarigione più rapida possibile ad Andrea Luci, uno che incarna il nostro spirito in maniera particolare e seguo con tanto interesse Bardi e Ceccherini, bravissimi, che possono crescere ancora; ammiro Paulinho e anche Emerson. Credo che ci salveremo, contro il Verona potrebbe essere la vera svolta, dopo la bella vittoria di Cagliari. E ci vorrà un Livorno di quelli che sappiamo noi, cattivo al punto giusto…».

Mauro e tuo nipote quindicenne, figlio di Rossella, che gioca terzino nei Giovanissimi del Picchi?

«Io lo porto ad allenarsi e non lo guardo. E non vado a vederlo neppure alle partite per non soffrire». S'intromette Leone Lonzi: "Mauro sei esagerato, comunque dai retta a me, Filippo è davvero bravino…".

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