Il Tirreno

Livorno

Il cuore nerazzurro di patron Moratti

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C’era tutta la commozione del momento, e non solo la sua, nella voce tremante di Massimo Moratti. Quelle lacrime da ricacciare faticosamente indietro per una grande storia d'amore che si chiude solo sul piano formale perché un amore così grande - quello fra Moratti, quei colori e i tifosi dell'Inter - è destinato a restare. Nessun trofeo di Thohir o di altri che dovessero arrivar dopo potrebbe cancellare l'affetto di una tifoseria per chi ha guidato quella società come uno di loro. Sbagliando anche, certo. Ma sempre con grande amore.

Ci sarà sempre posto per Massimo Moratti nel cuore dei tifosi nerazzurri. Per i più piccoli, come quel Filippo che allo stadio esponeva uno striscione per chiedere di smetterla di perdere; proprio lui che, spente appena nove candeline, si era preso solo i trionfi degli scudetti a raffica e del Triplete. E soprattutto per quelli che hanno già festeggiato gli anta e non si sono presi certo il meglio, che hanno visto da bambini o hanno sentito solo raccontare dei trionfi del padre di Moratti, Angelo, del grande Helenio Herrera e di un'Inter da mandare a memoria.

Una filastrocca che è come musica per chi ce l'ha nel cuore: Sarti, Burgnich, Facchetti, Bedin, Guarneri, Picchi, Jair, Mazzola, Peirò, Suarez, Corso.

Massimo Moratti ha buttato tanti soldi, ha comprato campioni e bidoni, ci ha messo tanto a vincere, a non essere più solo "il figlio di Angelo".

Colpa di Calciopoli, certo. Ma non solo. Il primo bidone, Darko Pancev, arrivava dalla vecchia gestione, ma poi c'è stata - tanto per dirne una - la maledizione del terzino sinistro; dopo aver mandato via uno come Roberto Carlos per far posto a Centofanti, Pistone e Gresko. Sì, proprio lui, Gresko, l'eroe al contrario del 5 maggio 2002 e dello scudetto gettato dalla finestra per regalarlo alla Juve. Moratti è anche questo ma, per i tifosi, è quello del Triplete, quello che vagava estasiato come un bambino in un negozio di cioccolata dentro lo stadio Bernabeu di Madrid un altro giorno di maggio, era il 22 del 2010. Abbracciava forte quella Coppa dei campioni inseguita dopo averla avuta già due volte nel giardino di casa dove l'aveva portata il padre negli anni sessanta: 45 anni dopo era lì a festeggiare un tris leggendario (Champions, Coppa Italia e scudetto) arrivato grazie a quel Josè Mourinho che stava per andarsene a cercar altrove - e finora invano - imprese altrettanto leggendarie.

Moratti è questo: è il bambino dello striscione che non ha mai avuto bisogno di alzare quello striscione, neanche negli anni in cui era rimasto lontano dalla Beneamata, quando Fraizzoli e Pellegrini gli stavano solo tenendo il posto. Moratti sapeva da mesi che sarebbe arrivato questo momento, sapeva che avrebbe dovuto staccarsi, magari gradualmente, da quella società che aveva riportato nella casa della famiglia, che l'aveva fatta grande, rifacendola di nuovo grande. "È in buone mani", ripete a tutti. E lo ripete soprattutto a se stesso.

Sapeva che serviva proprio questo. E il suo è stato un gesto d'amore, per il bene dell'Inter. L'ultimo. I tifosi lo sanno, sono disorientati e anche se l'Inter non è più di Moratti sanno che ci sarà sempre Moratti nel cuore dell'Inter. E soprattutto nel loro.

Stefano Tamburini

@s_tamburini

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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