Il Tirreno

Livorno

Noi e loro, così simili

di FEDERICO BUTI
Noi e loro, così simili

Ozio, azzardo e...caffè: Napoli-Livorno sembra un derby

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di FEDERICO BUTI

La differenza fra Napoli e Livorno? «Qualche secolo di storia, ma soprattutto il numero 23» sintetizza un amico partenopeo che vive qui da tanti anni dopo un lungo intermezzo milanese e si sente «come un salmone che sta tornando a casa». Sintesi ironica e geniale sulla quale torneremo più avanti, ma che comunque segnala subito una profonda comunanza: e in effetti per via delle distanze e della consuetudine il nostro derby presente è con Firenze e quello tradizionale con Pisa, ma quello spirituale dove ci si confronta con genti simili forse è proprio quello di oggi; non a caso Livorno è stata definita in passato «la piccola Napoli».

Le affinità che corrono lungo i pur lunghi 500 chilometri di mar Tirreno che ci separano sono tante, ma in realtà per rappresentarle potrebbe bastare una tazzulella di caffè. Perché questa mezza droga arrivava dall’altro mare a Oriente, però nel Seicento proprio noi e loro l’abbiamo fatta conoscere al colto e all’incolto. Livorno - lo sapevate? - è stata la prima città italiana che ha torrefatto i chicchi, Napoli l’ha praticamente reinventato, e poi qui e là l’abbiamo elaborato in maniere fantastiche e ineguagliate, ma soprattutto in maniera tale che nella tazzina sta condensata una filosofia.

Cos’è infatti il caffè? Un modo per svegliarsi, per digerire, per accogliere un ospite o condividere un momento con un amico; una pausa preziosa in equilibrio fra il dolce e l’amaro della vita (fra il cioccolato grattugiato e il limone a vela, fra la vaniglietta e il rum) e che dunque vale la pena di scandire lentamente e di aspettare, magari tutelandone il profumo e il sapore col “coppetiello” infilato nel beccuccio.

Questa filosofia di vita comune è quella del gioco, della “stonatura” e dell’ozio come vie maestre per campare e a volte per farsi venire qualche guizzo geniale di creatività. Filosofia tipica di città marinare poco portate a rinchiudersi e a sbattersi dentro mura inesistenti o inutili, e invece portate a contemplare un orizzonte largo e a guardare chi e cosa arriva o parte con l’atteggiamento molto relativo e sfavato di chi ne ha viste (e visti) tante. Certo, quei famosi secoli in più di esperienza hanno portato Napoli, per esempio, a battezzare addirittura un’Accademia dell’Ozio che nel medesimo Seicento ha avuto una funzione culturale alta e originale; mentre qui l’ozio l’abbiamo vissuto nella sua declinazione più improduttiva. Stessa cosa per la musica, il dialetto, la sceneggiata teatrale e quel misto di sacro e profano che si incarna nel presepio (sia a Napoli che a Livorno si chiama così, non presepe, ed è nettamente preferito agli altri simboli natalizi): loro hanno saputo crearci altrettante industrie, noi le portiamo a giro per il mondo senza manco saperlo.

Ma il vero motivo per cui Livorno è stata chiamata la piccola Napoli sta nell’antica e selvaggia passione per il gioco, in particolare del lotto, e qui torniamo a bomba. Ci sono parecchie differenze fra la loro “smorfia” e la nostra e quella sul numero 23 è in effetti una delle principali; bisogna tenere presente che in tutte le numerologie il 23 è molto importante, compare dall’asse terrestre ai cromosomi umani, dalle coltellate che ammazzarono Giulio Cesare al vero giorno - dice - della nascita di Cristo.

Ebbene, a Napoli il 23 è il numero dello scemo, a Livorno è quello del culo; per questo motivo loro non hanno un numero 23 in rosa e noi invece sì, e sarebbe Emerson. Per cui concludiamo filosoficamente così: se abbiamo ragione e culo noi, oggi si vince (o almeno si pareggia) con un gol di Emerson; se invece hanno ragione loro si perde 3-0 e siamo scemi.

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