Nove minuti di calci e maledizioni nella festa con chi ha avuto paura
Tra il gol di Corvia e il pareggio amaranto il terrore di non farcela: «Non è giusto» In curva spuntano gli striscioni per la scomparsa di Don Gallo e i fumogeni viola low cost
LIVORNO. Soltanto una cosa rende possibile un sogno: la paura di fallire. Se ne sono accorti per nove, interminabili, minuti gli 11 mila dell’Armando Picchi quando tra il gol del vantaggio di Corvia e il pari amaranto hanno visto materializzarsi il terrore che tutto potesse finire.
Un tarlo con la maglia bianca e una “V” rossa disegnata sul petto si è mischiato con il libeccio. La paura è entrata sotto alle felpe dei ragazzi, nei giacconi invernali riesumati dall’armadio per una notte, ha dribblato baveri, cappelli, sciarpe e calzini, ha rimbalzato nell borse delle signore, ha toccato il cuore e gli occhi, chiuso la gola a quasi tutti e fatto imprecare anche l’ultimo dei tifosi. Poi l’urlo al gol di Paulinho, la gente che torna a crederci, ad accendere i fumogeni, a cantare: «È una malattia che non fa più via quella di cantà». E ancora rivolti ai tifosi ospiti: «Tutti a casa alè, tutti a casa alè».
«È una sofferenza, non finisce più», dice Claudio guardando l’orologio e chiedendo a chi gli capita a tiro quanto manchi alla fine, prima di correre verso il plexiglas e battere il pugno quando Mazzoni blocca l’ultimo pallone prima del game-over.
E dire che quelli con le sciarpe amaranto, erano arrivati al Picchi spinti dal vento che, per chi li ha ancora, ieri sera al tramonto, scompigliava i capelli. L’idea era quella di farsi un aperitivo a cala sole con un ospite con il quale, ormai, non puoi più disdire l’appuntamento preso. «Stasera si fanno a fette», diceva un ragazzino all’amico brindando alla vittoria con un paio birrette in mano. Invece, gli stessi due tifosi, a metà partita hanno temuto che il destino, ironia della sorte nel giorno in cui la curva nord ha ricordato Don Gallo - prete della strada - con uno striscione, si fosse messo di traverso.
Colpa sosteneva qualche inguaribile pessimista amante della superstizione di quei fumogeni viola e low cost accesi all’inizio della partita dalla nord che sapevano di incenso.
«Questa curva colorata lotta con voi un’altra giornata», era il maxi striscione steso in mezzo ai tifosi. Poi subito dopo: «Saltellando insieme a te dai Livorno alé». Con una variante di genere: «Saltellando insieme a te Brescia m.... alè». Duncan diventa NatoDuncan quando sbaglia un appoggio a centrocampo, Paulinho si trasforma Brucinho all’ennesimo sprint grazie al quale anticipa il suo marcatore. «Ma oggi siamo mosci», urla un ragazzo, uno dei pochi a maniche corte. Nella guerra dei pali del primo tempo finisce in parità. «Abbiamo il vento a favore dovevamo sfruttarlo». Invece l’unico che sembra spinto dalla brezza è l’airone Caracciolo. «Bada bellino perché ti s’abbatte», è l’urlo che arriva dalle retrovie appena tocca la palla.
Sventolano gli striscioni con i «No alla tessera del tifoso» e il «No all’articolo 7».
Quando Corvia Daniele, nato sotto il segno dello scorpione, insacca l’uno a zero e sbatte momentaneamente il Livorno fuori dai playoff sono le 21,57 e dietro al Picchi si materiliazza una nuvola nera.
Così fino 22,06 dalle gradinate spariscono bottiglie e bicchieri, ma anche qualche malcapitato cuscino viene preso a calci e spedito sotto le tribunette o in un angolo dello stadio da chi, ed erano in molti, non riusciva più a stare a sedere con le rondinelle in vantaggio. Ultimo tentativo per spingere i giocatori del Livorno a buttarla dentro: più facile fare gol in una porta immaginaria dove non esistono i legni. «Non è giusto che loro siano in vantaggio - dice al marito una signora bionda - come se leggesse nel pensiero di tutti - loro hanno finito il campionato con diciotto punti in meno rispetto a noi».
Uno dei pochi che è riuscito a rimanere fermo in tutto lo stadio è Diego. Ma solo perché ha il perone e la caviglia della gamba sinistra rotti. «Mi sono fatto male a giocare a rugby - racconta - ma non volevo mancare così ho chiesto al mio amico di venirmi a prendere a casa di portarmi allo stadio». Quando Paulinho segna un gol da scorfano brutto fuori e soffice dentro, cambia il vento.
La paura di non esserci c’è stata, ora continua il sogno e lo stadio, compreso Diego e il suo amico, sono pronti a muoversi verso Empoli.
@fedelazzotti
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