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Armstrong e Schwazer, un disastro

Armstrong e Schwazer, un disastro

Il doping ha distrutto l’immagine (e la carriera) di due atleti-simbolo

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ROMA. Infortuni, sconfitte inattese, nuovi avversari, ma a volte il nemico lo si alleva in casa. Ed ecco che una carriera fatta di gloria finisce nella polvere. Il 2012 è un anno da cancellare soprattutto per Lance Armstrong e Alex Schwazer, due simboli dello sport che fatica (ciclismo e marcia), traditi e annientati dal doping.

Lance nel fango. Il texano fino a sei mesi fa era considerato un monumento dello sport e la sua lotta contro il cancro, prima in una battaglia personale e poi con l’impegno della sua fondazione LiveStrong, ne avevano fatto un esempio di coraggio, forza e rettitudine. Ora resta solo fango e ignominia. L’agenzia statunitense antidoping a metà giugno lo ha messo sotto accusa per pratiche illegali e a fine ottobre l’Uci gli ha revocato le sette vittorie consecutive al Tour, sposando la tesi dell’Usada secondo cui Armstrong e la sua squadra avevano orchestrato «il più sofisticato piano di doping nella storia del ciclismo». La bufera è costata poi al corridore la fuga degli sponsor e l’abbandono della presidenza di LiveStrong. Armstrong si era ritirato dalle gare il 23 gennaio 2011 per dedicarsi alle corse locali negli Stati Uniti e al triathlon; mai avrebbe pensato di dover sparire alla vista di tutti quelli che erano stati suoi ammiratori e insieme faticare per liberarsi del suo passato ormai scomodo: poco prima di Natale, il domenicale inglese “Sunday Times” gli ha fatto causa chiedendo un milione di sterline, la vendetta per le 300mila che aveva dovuto pagare al corridore per una diffamazione risalente al 2006, quando aveva insinuato che la sua carriera fosse stata costruita del doping.

Alex nella voragine. Anno nero anche per Schwazer, oro nella marcia ai Giochi di Pechino, schiacciato anche lui dal doping. Il 6 agosto, poco prima di partire per Londra per difendere il titolo olimpico nella 50 km, l’altoatesino fidanzato di Carolina Kostner è stato trovato positivo e per lui va in scena il dramma. Tra pianti in diretta tv e richieste di perdono, il marciatore ha dichiarato di aver fatto ricorso al doping per cercare di ritrovare le prestazioni smarrite, di fatto chiudendo la sua vita agonistica. Il 20 dicembre la procura antidoping ha chiesto per lui quattro anni di squalifica, il massimo della pena, per uso di epo, possesso di testosterone e altre violazioni al codice sportivo. Una richiesta che è già una sentenza. «Quella medaglia a Pechino continuerà a brillare, era pulita», ha detto ma anche per lui, il 2012 è stato una voragine.

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