Il presidio
In 2000 e tanti brividi per l’addio di Rizzoli
Nella “gabbia” del Palamacchia, il nostro simbolo delle arti marziali cede a Binda «A 47 anni prendo il pacchetto completo, gioie e dolori. Ma sono fiero di tutto»
LIVORNO. Quando lo speaker annuncia l’ultimo match della “Resa dei conti” un brivido scuote il palazzetto. Prima irrompono sulla pedana gli allievi in tuta rossa della palestra Rendoki, poi compare lui, pronto per tornare a combattere e nello stesso tempo per dire addio. E al suo saluto, sugli spalti gremiti, sono venuti a rispondere in molti.
Massimo Rizzoli attraversa la passerella tra le ali dei suoi ragazzi e si ferma sulla soglia, dove riceve l’abbraccio del fratello Patrizio e dei tanti che hanno percorso insieme a lui il pezzo di strada che lo ha condotto fin qui. Oltre la soglia, dentro la gabbia, c’è il suo ultimo avversario: Cristian Binda, “mano di pietra”, lottatore impetuoso e più giovane di oltre un decennio, uomo di punta della categoria superleggeri MMA.
Al gong Rizzoli parte con la guardia alta, spinge in percussione e colpisce duro con un gancio destro che fa piegare Binda sulle gambe. Rizzoli ne approfitta per portare a terra l’avversario, che però si difende e conduce la presa verso una posizione statica, che l’arbitro sospende facendo rialzare i contendenti. Alla ripartenza è Binda a proiettare Rizzoli a terra e ad assumere la posizione vantaggiosa di “montada” posteriore. È il momento della svolta: Binda conclude con la tecnica dello strangolamento e Rizzoli è costretto a chiamare lo stop. L’ultimo match del campione finisce a metà del primo round. Massimo non l’ha vinto, ma nella gabbia l’atmosfera non è certo quella della sconfitta.
La folla lo chiama a gran voce e lui prende il microfono per ringraziare: «In questo sport basta un solo errore per perdere», dice, prima di essere lanciato tre volte in aria dai suoi ragazzi. Massimo Rizzoli si è allenato per vincere, per vincere è entrato nella gabbia e solo vincendo sarebbe stato soddisfatto. Ma per tutti coloro che lo hanno voluto accompagnare nel suo ultimo sogno di combattente, quello di rimettersi in gioco e superare ancora una volta il limite, il risultato tecnico conta poco; conta piuttosto il suo grande insegnamento di umiltà e di amore per lo sport, ben più forte del timore di perdere davanti al proprio pubblico e di chiudere con una sconfitta una carriera densa di successi.
Il campione conclude da campione, e quando la porta della gabbia si apre per lasciarlo uscire, sono in tanti a precipitarsi nell’arena per un abbraccio. Dirà lui a fine serata: «Non nego che mi girano, ma era in preventivo. E poi ci sono persone che mangiano una volta al giorno e sorridono: non mi sento di diventare il centro del mondo con questo mio giramento. Guardo il lato positivo: i miei ragazzi sono andati forte, c'erano duemila spettatori e tutto sommato, errori a parte, avevo anche dominato i primi due minuti del match. A 47 anni posso anche accettare tutto il pacchetto. Anche se il rodimento tecnico resta».
Sulla soglia di quella gabbia in cui non entrerà più come atleta, davanti allo striscione che gli chiede una vittoria “cosmica” ed evoca il figlio che verrà, Massimo stringe l’ultimo nodo al filo della sua storia di atleta: «Sì, direi che il mio periodo di guerra sportiva personale é finito. È tempo di fare solo l'allenatore e il babbo. Spero nel secondo caso di riuscire a fare un buon lavoro…».
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